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Paz!

1h 42'

Regia: Renato De Maria



Andrea Pazienza, fumettista, pittore, scrittore, artista, per alcuni mito già in vita, per altri amico indimenticabile dall’energia in continuo tumulto. Renato De Maria lo conobbe a metà anni ’70 in un appartamento occupato di Bologna. Oggi ne racconta l’arte attraverso la trasposizione cinematografica di opere come “Pentothal”, “Zanardi”, “Pompeo”, “Il Libro Rosso del Male”, più un insieme di vignette e suggestioni offerte da un uomo che concluse la sua esperienza terrena a soli trentadue anni. Impresa difficile, rischiosa, che solo chi ha conosciuto l’autore di quei fumetti può tentare, svincolato dall’immaginario mitico, facile trappola che allontana dal vero (s)oggetto, prima summa di esperienze sociali e culturali, poi universo visionario rinnovatosi in un film.

I tempi. Unità di luogo per momenti cronologici diversi, Paz! ha come anno di riferimento il 1976, più l’incarnazione di un impegno divenuto subito disillusione che un anno, più otto mesi di brillante movimento d’idee e forme e esserci non solo politico, che anno intero da analizzare in una prospettiva storica spesso proposta in modo distorto, se non pretestuosamente unitario. E’ Pentothal il primo segno vitale, paradossalmente espresso con un personaggio immobile, chiuso in un mondo di visioni, prigioniero di un pigro deambulare, desideroso di fermare la propria esistenza nell’istante dell’abbandono della ragazza femminista Lucilla – in fondo l’abbandono di un vivere in “movimento” – e chiudere gli occhi per dormire, per distaccarsi dalla realtà.
Pentothal è del 1977, quando quella generazione stava per essere dimenticata dall’avvento di un periodo storico violento, quello sì ricordato, generazione in gran parte cancellata dall’eroina. Il sentimento di disfatta che qui percepiamo come premonizione è, quindi, per Pentothal già presente. Momento rappresentato dalle rare uscite, mai aperture, del personaggio sempre in pigiama, cappotto e Clark (o Cralk, il corrispettivo economicamente a portata di tasca dei ragazzi squattrinati di allora?) trasformate in pantofole, nelle strade dove s’incontrano bande fasciste, dove esplode la guerriglia urbana - incisivo pur nella semplicità esplicativa è il suo lento camminare tra i lanciatori di molotov, già affiancate e poi scalzate dalla P38 -, segnale di un mutamento, forse implosione di quella vitalità espressa nelle assemblee – di estrema e giusta sintesi l’assemblea nella cucina di Pentothal che da intimo dialogare diviene pubblico esternare, dove la cucina è palco di una platea rumorosa, una delle tante aule delle università occupate.

Unità di luogo. L’appartamento di via Emilia Ponente 43, dove viveva Pazienza allora studente al DAMS, è un luogo d’accoglienza, dove, pur vivendo sotto lo stesso tetto, i tre personaggi cardine della/e storia/e non s’incontrano mai. Un luogo che è punto di riferimento e insieme divisione. Pentothal d’altronde sarà già “invisibile” per Fiabeschi e per Zanardi. Fiabeschi sarà troppo gioiosamente inconcludente per Zanardi. Zanardi sarà troppo solo e catturato da un’immobilità che è azione violenta senza idee, per tutti gli altri. Le stesse donne che vi si relazionano, saranno sconosciute le una alle altre. Se Lucilla era femminista – movimento che per De Maria è stato la vera rivoluzione di quegli anni -, Anna disponibile a dare a Enrico le “cinque carte” quotidiane senza sentirsi sfruttata, Mirella e le altre della lotta di Lucilla conservano solo la libertà sessuale, generosamente offerta solo ai “vincenti” del loro giro.

Girato in digitale con una 150 Sony, caratterizzando ogni personaggio secondo la sua epoca tramite diverse scenografie e illuminazioni (Pentothal = bianco e nero, Fiabeschi = blu, Zanardi = verde acido), Paz! è un viaggio delirante, 102 minuti di libertà narrativa e stilistica giustificata non solo dal fumetto fattosi film, ma anche da un’atmosfera da ricreare senza perdere il senso degli anni che ogni personaggio rappresenta, e che di Pazienza ne testimonia le varie anime, senza perdersi eccessivamente nel periodo storico da cui tutto è iniziato. Fedele nell’atmosfera, nella trasformazione in carne ed ossa dei personaggi – Zanardi è incredibilmente Zanna anche fisicamente – evitando al contempo di legarsi troppo alla forma, il film riporta rigorosamente, di quelle avventure metropolitane, anche i dialoghi. In tanto rigore, l’unica creazione che gli sceneggiatori De Maria, Ivan Cotroneo e Francesco Piccolo si sono concessi è Enrico Fiabeschi (bravissimo Max Mazzotta, volto e movenze da fumetto), non personaggio “storico” dell’opera di Pazienza, ma fuggevole apparizione offerta per la prima volta in una vignetta di “Giorno”, in cui lo troviamo impegnato a dare un esame, fra l’altro una delle scene più divertenti del film, scelta forse passibile di contestazioni da parte di alcuni fan, ma comunque presenza nel percorso pazienziano impossibile, visti i risultati, da confermare come fuggevole.

Paz! è un po’ come quell’urlo dello studente in fila per entrare in mensa: surreale nell’essere accolto dagli altri come normale, troppo normale per non essere accolto in modo surreale. Certo, nessuno vuole equiparare il segno impresso su una superficie al segno in movimento del cinema, nessuno può paragonare linguaggi così diversi, ma fidatevi... vedere per credere.

© 2002 reVision, Emanuela Liverani