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Paycheck

1h 59'

Regia: John Woo



Avulso da una partecipazione fantascientifica tout court, Paycheck tenta di (ri)nobilitare l'action movie nelle forme terminali e perverse degli anni duemila. In primo luogo registrando (ancora una volta per Woo) lo sconfinamento del corpo (residuale). E oltre: il superamento della messa in scena come spazio tempo narrativo “omogeneo”. Il cinema di Woo si affida ormai solo a flash di durata variabile, più o meno penetranti per la visione grazie alla quantità e qualità di gesti. Una frantumazione violenta, in modo semplicistico, taglia il film in due parti connotabili. La prima disegna lo scenario mnemonico della falsa pista, lo sgretolamento delle tracce cerebrali, concretamente distrutte da macchine sofisticate. Tutto ciò celebra il vuoto mentale di riferimenti ancorché la narrazione si preoccupi di limitarli a mesi, anni, approdando soltanto per pochi istanti alla desertificazione del reale di Christofer Nolan con Memento. Nella seconda parte l'action movie prevale in modo definitivo, come unica (ultima) risorsa del movimento cinematografico. Inseguimenti vertiginosi, chase movie d´impatto tradizionale (da una decina d'anni), epilogo stereotipato, inquietudine del tutto smorzata. Si può evincere da tale costruzione che il cinema di Woo non creda più ai corpi e volti drammaturgici. Gli spaesamenti mentali del protagonista Jennings/Affleck costituiscono solo la miccia di una spy story, lotta spietata tra interessi privati, laddove le polizie federali (non corrotte come i politici) preferiscono infine ostacolare le mire espansionistiche di multinazionali. La macchina del tempo è un oggetto trascurabile - era stato da sempre in tutte le narrazioni fantascientifiche un oggetto privilegiato di visione - e diventa solo strumento di potere, di guadagno vitale-economico.

Anche il titolo ci riporta all’intuizione principale dell'opera: "paycheck", vale a dire il controllo della transazione monetaria a favore (più banalmente “la paga”), incidente che fa sobbalzare il protagonista, ma racchiude ben altri echi. La sindrome del controllo è un valore espressivo della messa in scena di Woo che rimane "ingabbiata" all'interno della Non Volontà di rappresentare intensamente un altro mondo. Le opzioni futuribili vengono meno proprio per questo ritorno all'attuale. Woo non vuole proiettare l´occhio della mdp in un futuro remoto come quello di A. I. di Spielberg o verso quello precognitivo di Minority Report (da un'altra fonte dickiana). La regia di Woo si libera da questo soffocamento della fantascienza riprendendo le corse tra auto e moto, i soli oggetti che riescono a percorrere, solcare il mondo, per la certezza delle leggi gravitazionali. La prima parte, avvolta nel sogno incubo di una resa del cervello e della memoria è forse più affascinante nella sua cupezza, mentre le algidità espressive, soprattutto di Affleck, buone all'inizio, finiscono per insinuare qualche dubbio di superficialità emotiva nella seconda parte. Ma è tutto relativo in un film di Woo dove tali elementi psicologici non vanno cercati più di tanto. Solo i movimenti orizzontali e verticali dell'occhio/mdp diventano materia anche carnale di una visione intensa che risucchia i dettagli in apparenza insignificanti. In un gioco d’interpretazione degli oggetti, un cruciverba, una lente d´ingrandimento, una chiave, ecc., sono i veri e propri lasciapassare d´immaginari pronti a costruirsi su ipotesi (davvero) fantascientifiche.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna