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Io Non Ho Paura1h 36'
Regia: Gabriele Salvatores Se si guarda il mondo dal basso cambia la prospettiva. Le cose piccole diventano grandi e viceversa. Una dolce collina ricoperta di grano
può diventare una ripida montagna, un piccolo paese sperduto del sud Italia può diventare il mondo intero, così come la tragica esperienza del rapimento di un bambino
può trasformarsi nella semplice storia di un'amicizia tra coetanei. E' l'estate del 1978 ad Acqua Traverse, paese sperduto in una non meglio identificata zona del sud Italia. I bambini giocano per passare il tempo come tutti i bambini usano fare durante i mesi estivi. La piccola banda locale è comandata dal Teschio, il ragazzo più grande e con maggior carisma. Della banda fa parte anche Michele, bambino di nove anni impegnato a tenere lontano dai guai e dalla banda la sorellina Maria. Una semplice penitenza per una corsa persa si trasforma per Michele in una incredibile scoperta. Nel cortile di una casa abbandonata nella campagna, il piccolo scopre un buco e, all'interno di quel buco, un bambino. Forse morto, forse vivo, forse soltanto frutto della fantasia di Michele. Il buco nel cortile della casa diviene in questo modo, nel breve volgere di qualche attimo, di qualche istante sotto il sole terso e caldo d'estate, il centro di gravità narrativo ed emotivo di Io Non Ho Paura, il film di Gabriele Salvatores tratto dal breve romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti edito nel 2001. L'estrema semplicità e linearità del racconto letterario, quasi una fiaba per bambini adulti, viene tradotto nel lungometraggio con immagini semplici e cariche di colori simbolici, con silenzi carichi di significato che pur lasciando intatta la struttura narrativa del racconto, la arricchiscono di una dimensione visiva e simbolica che ben si addice alle intenzioni espresse verbalmente dal romanzo. L'io narrante del libro, il piccolo Michele, guarda il mondo degli adulti, del paese, della sua casa, del paesaggio circostante, attraverso i suoi occhi innocenti di bambino. La macchina da presa nel film raramente si sposta da un metro e mezzo da terra, regalando così immagini e prospettive nuove allo spettatore. Un campo di grano diviene così un immenso e sconfinato mare d'orato popolato di animali "enormi" e spaventosi come rospi, insetti e serpenti; le quattro case diroccate che formano il paese di Acqua Traverse sembrano agli occhi di bambino un mondo a parte ripiegato su se stesso e circondato da un immenso nulla, un piccolo buco scavato per terra un immenso antro oscuro e affascinante. E' in questa prospettiva rovesciata, di un mondo visto dal basso, che si svolge la vicenda umana di Michele. E' all'interno di quel buco scavato nel terreno che Michele conosce per la prima volta la paura. Un sentimento che si rende concreto
nella figura di Filippo, il bambino rapito, ormai ridotto ad un fantasma pelle e ossa, costretto a recitare strane filastrocche, a parlare di strani animali per credere
di essere ancora vivo. Una paura che non viene da fuori, ma cova ed esplode all'interno della famiglia, nel mondo distante dei grandi, della famiglia, del paese, per
lanciare i suoi frantumi nel mondo dei più piccoli. I bambini, i veri ed unici protagonisti del film, capaci di raccogliere e utilizzare quei pezzi di male, e trasformarli
in strumenti di conoscenza, di crescita. Nel mondo dei piccoli la paura non è un fine, ma un mezzo attraverso il quale abbandonare il mondo delle streghe Bistreghe e dei
mostri chiusi dentro un autobus, per poter affrontare i mostri del mondo reale, gli adulti. Genitori capaci di strappare un bambino alla sua esistenza, alla sua famiglia
per potersi regalare una esistenza più agiata. Così rimane un buco, una fossa da riempire, tra il mondo dei bambini e quello dei grandi. Così nell'oscurità del buco
ciascuno può vedere ciò che vuole, ciò che desidera. Il buco è come un pozzo dei desideri per gli abitanti di Acqua Traverse che sognano i soldi del riscatto per la
speranza di una vita migliore fatta di gite al mare e piatti di cozze. Per i bambini il foro nel terreno è il luogo della conoscenza, dello svelamento, la penitenza da
compiere e l'argine da superare. Per Michele e Filippo quell'apertura nel terreno diviene il luogo simbolo della loro amicizia fraterna e disinteressata, un sentimento
così puro da risultare quasi animalesco, un legame tanto profondo e lontano dagli obblighi e dai rituali della società adulta come solo un legame infantile può essere.
Il buco nel film diviene quindi uno spazio capace di dividere ed unire, punto di incontro/scontro tra il dentro e il fuori, una dicotomia evidente che attraversa tutto il film. Il dentro è il buco stesso, il grembo di una madre, il mondo dei bambini, il paese di Acqua Traverse, la fantasia, il buio che fa paura ma che protegge; il fuori è il mondo degli adulti, l'orco Sergio che arriva da fuori paese, la cruda realtà, il sole che illumina ed acceca più del buio stesso. Uscire dal buco, entrare nel buco, passare il suo argine verso l'esterno o verso l'interno, vuol dire superare la paura dell'ignoto, sia per quello che fuori dal buco si mostra sia per quello che dentro il buco si cela. Io Non Ho Paura racconta semplicemente questo. Il superamento di un limite, un movimento verso l'esterno preceduto da un moto verso l'interno, il passaggio da una età infantile verso una età adulta, e la capacità di affrontare la nuova realtà e la nuova età senza avere più paura. © 2003 reVision, Fabrizio Pirovano |
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