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Pater Familias

1h 27'

Regia: Francesco Patierno



Dal romanzo omonimo di Massimo Cacciapuoti (Castelvecchi, 1998) Francesco Patierno trae il suo primo lungometraggio realizzato in 16 mm, con parti girate in super 8, gonfiato successivamente in 35, applicando procedure tecnico artigianali tipiche di un film realizzato con passione e interpretato da attori non professionisti ottimamente diretti insieme ad attori di professione.
Matteo ha 30 anni, di cui dieci trascorsi in prigione. Roberto, Gegé, Michele sono morti per un incidente, per suicidio, per un regolamento di conti.
Crudo come può essere un film ai limiti del concetto di realtà che generalmente abbiamo noi che quella realtà non conosciamo, tanto da apparire assurdo il quotidiano di questi ragazzi e delle loro madri, delle donne tutte, soggiogati, "torturati" da figure maschili presenti solo in negativo, violenti come possono essere uomini a loro volta vissuti in una situazione di degrado. Pater familias (la definizione latina diviene un paradosso del significato alto che culturalmente rappresenta da millennni) per caso, per inerzia, per un gesto disperato e antico, per cui avere una famiglia significa unicamente possedere un luogo dove esercitare potere e sfogare frustrazioni, una enclave dove si può essere tiranni contando sul silenzio dei sudditi.
In questa sorta di legge del contrappasso, in questo circolo vizioso dove la ripetizione dei comportamenti non offre sbocchi di riscatto, Matteo torna per un giorno nel suo paese, nel suo quartiere, nella sua casa per questioni burocratiche - il padre sta morendo e c'è una questione notarile da risolvere -, avendo in mente invece di cercare quel riscatto sinora inattuabile - risolto salvando Rosa e sua figlia da un matrimonio non desiderato con Giovanni, altro ragazzo che perpetua il cerchio chiuso dei padri.

Claustrofobico - e sotto il segno della riproduzione di quella chiusura, di quel limite invalicabile sono le immagini concettualmente strette anche in molti dei rarissimi campi lunghi e totali, tante sono le persone e gli oggetti presenti in ogni quadro - fino a giungere al disagio che Patierno intende trasmettere, uno stato emotivo che il pubblico deve provare per inserirsi dentro una storia (nelle storie) senza dover per forza cavarne un messaggio, una riflessione univoca, ma soltanto provare di riflesso l'angoscia di vite mai risolte.
Colori freddi e decisi nell'oggi, caldi quelli di ieri, Pater Familias procede per flashback in questo modo attraverso i ricordi di Matteo, quel passato che s'insinua nel presente non per riproporsi ma per concludersi. Lo ieri è quasi spiato da una mdp instabile, ma nulla a che vedere con la hidden camera furtiva del realismo che conosciamo, questo spiare riconduce ai ricordi di Matteo, sguardi che si gettano su una storia privata di cui non sapremmo mai abbastanza.

Una scena del passato rende chiara la reiterazione di cui parlavamo, importante per rendere noto il modo di girare di Patierno, tanto semplice nel risultato quanto complesso e personale in partenza.
In cucina. Gegé informa la madre che vuole lasciare la scuola per lavorare - per rendersi indipendente e andare lontano - in presenza di un padre intento a guardare la tv (molte sono le tv accese in queste case dove alla sua presenza si consumano tanti drammi, tv che proprio delle conseguenze di quei drammi si nutre con cinismo). Lente panoramiche da destra a sinistra (dalla madre vicino al lavandino alla parete opposta passando per il padre e il figlio - il padre più in primo piano, praticamente isolato), sempre uguali in un ambiente tradizionalmente indicato quale simbolo di vita familiare e domestica, per poi, all'uscita di Gegé, partire da sinistra verso destra quando solo alfine troviamo il padre violentare la madre (come dire la presenza del padre è nell'atto sessuale sempre violento e basta - lo vediamo anche nel caso di Rosa messa incinta da Giovanni nello stesso modo).
Vite private di cui sono resi pubblici nei fatti di cronaca i risvolti tragici. Per un Matteo che cerca e trova il riscatto, con la complicità di una suora - anche la presenza del sacerdote ci ricorda quanto la chiesa sia per questi ragazzi del napoletano, ma del sud intero, ancora se non di più l'unico punto di riferimento -, altri concludono la loro esistenza morendo. Roberto, Gegé, Michele sono morti e la loro precoce dipartita li ha perlomeno "salvati" dalla totale sconfitta dei loro padri, come accade a Giovanni, la cui assenza in vita li ha cancellati dai ricordi; da ciò nemmeno il padre di Matteo è esente, poiché la sua assenza fisica - l'unica azione in vita si svolge mentre rimprovera il figlio perché frequenta le stesse persone che secondo il suo intento lo avrebbero dovuto "svegliare" (fate attenzione all'affermazione della suora) - è visibile sin dall'inizio, come se la condizione di morente/dormiente fosse la sua condizione di sempre.
Rimangono le donne, le madri rassegnate e per questo complici, le madri con cui i ragazzi dialogano, le madri di cui i ragazzi si preoccupano, spesso madri giovani che sembrano sorelle a testimoniare ulteriormente la funzione procreatrice di queste donne/bambine.
Rimane infine la convinzione di aver visionato un film dove la didascalica e sociologica questione della criminalità giovanile è fortunatamente assente, in cui il nocciolo del problema è sempre da ricercare nella solitudine, nell'abbandono - come quei piccoli cani e gatti randagi che percorrono la storia - una solitudine che avrebbe bisogno di ascolto, di amore e non certo (o non solo) di un'analisi tecnicoscientifica.

© 2003 reVision, Emanuela Liverani