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I Cento Passi1h 44'
Regia: Marco Tullio Giordana I cento passi del titolo potrebbero essere un’utile metafora
per cercare di comprendere che l’avvicinamento al cuore di un problema, di un
mistero, è sempre difficile. I cento passi sono contemporaneamente pochi o molti
secondo il punto di vista e la lucidità dell’analista nel dirimere la medesima
questione. Questo film propone all’interprete critico il problema del tempo e
della storia, dell’elaborazione su schermo di un racconto, che era in qualche
modo già scritto. Peppino Impastato era il giovane militante comunista,
assassinato brutalmente dalla mafia. Era lo speaker di una radio locale,
appartenente, suo malgrado, alla cultura mafiosa siciliana di Cinisi, un
paesino vicino all’aeroporto di Palermo, Punta Raisi. Il clima ideologico degli
anni settanta era assolutamente chiaro: la contrapposizione tra democrazia
cristiana e comunismo. A Cinisi essere democristiani poteva significare
collusione con gli interessi mafiosi; dall’altra parte essere comunisti lottare
per l’Utopia marxista - siamo ancora lontani dal crollo del muro di Berlino - a
favore dei proletari (si chiamavano ancora così), forse per il bene di tutti,
di fronte al temuto refrain pasoliniano (e tale riferimento al poeta cineasta
non può essere un caso per Giordana) "progresso senza sviluppo". In effetti,
l’istanza civile di Giordana segue perfettamente la critica sociale di Pasolini
nei confronti dell’industrializzazione selvaggia, che provocò la costruzione
scriteriata di opere pubbliche, le cattedrali nel deserto, come le strade con
molte curve di Cinisi e lo stesso chiacchierato aeroporto vicino la montagna,
che celavano interessi privati, appalti irregolari assegnati secondo il
principio dell’appartenenza. E Peppino Impastato vedeva con chiarezza questi
soprusi alla società umana, alla natura, e urlava a squarciagola, con
graffiante ironia, contro i responsabili, dalla sua precaria postazione di
radio Aut. Nella ricostruzione Giordana ha fatto un apprezzabile lavoro di
collage tra i vari brandelli, le testimonianze dei parenti, degli amici di
Impastato e gli atti legali inerenti alla sua morte, un incredibile suicidio,
soltanto per mantenere il silenzio dell’ennesima vergogna di un delitto
bestiale.
Per addentrarsi nel testo in cerca di validi riferimenti forse non si può assumere
la rilettura di un evento senza quel minimo di distacco che invece molti
spettatori (addetti ai lavori e non) non hanno manifestato durante la
proiezione e alla fine con quei lunghi caroselli di applausi. Clima di
approvazione, di consenso, come quando qualcuno ha compiuto una buona azione.
Marco Tullio Giordana è il paladino che ha ripagato il paese civile di tanta
ingiustizia, di cotanta indifferenza nei confronti di un delitto efferato e
plateale, il cui caso giudiziario è stato solo di recente riaperto per
condannare il pluriergastolano Tano Badalamenti. Mentre il pubblico si
commuove, esulta perché una verità (?) balugina di fronte agli occhi, e si può
additare il cattivo di turno. E invece basta una scena per capire che così non
è: la scena più bella in cui il boss Tano (Tony Sperandeo) incontra i due
fratelli dopo l’uccisione del padre, e in cui ricorda i profondi legami, le
complicità che determinano gli effetti che tutti conoscono e disapprovano. A
capire bene questa scena, a leggerne esattamente la portata, il commento
potrebbe essere più o meno questo: "tu oggi perdi, Peppino, perché sei il solo a
non volere la mafia, tutti gli altri la vogliono e la sostengono e tuo padre
era uno che la sosteneva". Bisogna essere tutti contro la mafia, vale a dire
bisogna sconfiggerla tutti dentro se stessi perché non si manifesti ancora. In
questo senso la rielaborazione di Marco Tullio Giordana vince la sfida della
ricostruzione storica cercando di non collocare la figura di Impastato in uno
schieramento, descrivendo in modo senz’altro vivido, merito della spontaneità
della maggior parte degli attori e dei dialoghi, le vicende quotidiane della
sua vita, focalizzando l’attenzione sulla formazione intellettuale - fin da
bambino recita L’infinito di Leopardi - e politica (ma nel senso morale del
termine: Giordana in conferenza stampa al festival di Venezia parlava dell’etimologia greca
"polis").
Le perplessità cominciano da una lettura più rigorosa del testo, meno
incline alla partecipazione emotiva. Innanzitutto la costruzione storica che
accetta la contrapposizione frontale e trasparente tra bene e male rischia di
banalizzare tutta l’operazione. Identificare i buoni e i cattivi nuoce anche
questa volta e l’epilogo rappresenta una verità indubitabile (che Impastato è
stato ucciso, e va bene), ma ancora una volta non è che questa presunta
dialettica porti a un superamento del conflitto. I dubbi anzi rimangono.
Sarebbero necessari alcuni interrogativi per cercare di risalire a una domanda
originaria. Perché ci sono mafiosi? Perché uccidono per soddisfare i loro
interessi? Perché chi combatte la mafia direttamente forse è destinato al
sacrificio? E tanti altri quesiti che dovrebbero essere l’apertura di senso
dell’opera. Deleuze a proposito, citando Nietzsche ed Eisenstein, segnalava lo
stesso problema nel cinema storico e sociale americano: "fenomeni principali di
una stessa civilizzazione, per esempio i ricchi e i poveri, sono trattati come
due fenomeni paralleli indipendenti, come puri effetti che si constatano,
all’occorrenza con rammarico, senza poter tuttavia assegnare loro alcuna
causa". È anche questo il rischio di I Cento Passi? Per quanto riguarda
la reazione suddetta del pubblico è opportuno riprendere una riflessione di
Paul Ricoeur in "Tempo e Racconto". Dicevamo che senz’altro il film ripagava
del senso di ingiustizia e sembra essere in relazione a un debito, e fare
questo film corrispondeva al "problema di esprimere concettualmente ciò che,
sotto il nome di debito non è ancora altro che un sentimento". Si tratta allora
di una vera storia universale delle vittime. Dice ancora Ricoeur: "L’orrore
aderisce a certi avvenimenti che è necessario non dimenticare mai. Rappresenta
la motivazione etica ultima della storia delle vittime".
© 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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