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La recensione dal 55° Festival de Cannes
di Elisa Schianchi clicca qui!


L'Uomo Senza Passato

Mies Vailla Menneisyyttä - 1h 37'

Regia: Aki Kaurismäki



Anche quando le sue storie si svolgono d'estate, quello di Aki Kaurismäki è l'umorismo a cui costringe il gelo. Intirizziti dal freddo antico della loro terra, avvezzi a non sciupare il minimo movimento o espressione facciale, i suoi personaggi si scrutano a lungo immobili come i "modelli" di Bresson, senza toccarsi, senza parlare. Quasi senza esistere.
L'habitat più consono a questo minimalismo fisico è fatto di quelle inquadrature spoglie e impassibili che furono di Keaton e che sono di Kitano. È fatto di trucchi scenici di evidenza teatrale: piogge che rovesciano improvvise sul protagonista, mentre il cielo alle sue spalle è quasi completamente limpido. Di una fotografia irreale che rende prezioso anche il più umido e sconquassato degli arredi. Di scenografie ridotte ad una metallica linearità: la cassaforte di una banca, un bidone della spazzatura, un container abbandonato sulla riva di un porto. Luoghi "inumani" che prima o poi qualcuno avrà il coraggio disperato di abitare.
Innaturali nei segni, inverosimili nello sviluppo, i film di Kaurismäki si nutrono di favole. Ma favole di stampo sociale, o meglio "socialista" (quel socialismo umanitario e surreale che fu di Chaplin e De Sica).
L'Uomo Senza Passato disegna un universo di fallimenti e suicidi, dove le sole ancore di salvezza sembrano essere la musica (radioline malridotte, un juke-box salvato dall'immondizia, uno scalcagnato complesso rock) e la religione (immagini e statuine sacre onnipresenti, istituti di carità, candidi appelli alla redenzione e ad una Grazia che sa di Fellini).

Pestato a morte da una banda di teppisti fino a perdere la memoria, il signor M. (Markku Peltola) scivola in questo mondo narrativo iper-semplificato come una perfetta tabula rasa, corpo vuoto che non produce una storia propria, ma che dalle diverse storie altrui si lascia attraversare e riempire, fino a diventare altro: l'esatto contrario di ciò che era prima del film. Nel suo progressivo chiarificarsi, nel suo quotidiano "ricreare" un nuovo se stesso, M. incrocia con la comica involontarietà di un Forrest Gump più avvilito una selva di generi e stereotipi cinematografici. Il film dell'orrore: M. ridotto a una mummia coperta di bende che resuscita nella camera mortuaria dell'ospedale, smentendo l'encefalogramma piatto che pulsa dietro di lui. Il musical: M. si ricicla come astutissimo impresario e spinge un quartetto da cantina verso la solita irresistibile "ascesa". La commedia sentimentale, fatta di baci rubati e romantiche cenette al tepore di un container. Il film di gangster, con rapine, fucili, interrogatori, poliziotti sprovveduti contro avvocati che sciorinano il codice penale riga per riga. L'apologo borghese: M. ritrova l'ex moglie col nuovo marito e subito comprende che in quel lindo tinello non v'è più posto per lui. Il dramma sottoproletario: l'affitto da pagare ad un delirante strozzino; ma anche una comunità di barboni che sa aiutarsi a vicenda e di fronte ai bulletti di turno (eco di M di Fritz Lang) non disdegna la giustizia sommaria.
M. è un uomo senza passato, ma il suo regista non dimentica nulla del cinema che lo ha preceduto. Come un musicista consumato che, a gentile richiesta, sa eseguire al meglio un po' tutti gli standard, vagabondando tra i cliché e ribaltandoli con una facilità/felicità che oggi in pochissimi posso vantare.

© 2002 reVision, Dante Albanesi