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Le Particelle Elementari

Elementarteilchen - 1h 51'

Regia: Oskar Roehler



"Provava compassione per lei, per le immense riserve d’amore che sentiva fremere in lei, e che la vita aveva dissipato; provava compassione e forse era l’unico sentimento umano che ancora riuscisse a toccarlo. Per il resto, una riserva glaciale aveva invaso il suo corpo: davvero, non poteva più amare"
Michel Houellebecq (Le particelle elementari)

Michel Houellebecq è uno di quegli scrittori contemporanei impostosi all’attenzione dei suoi lettori con pochi titoli, grazie all’intensità particolare della sua scrittura. Di origine francese, ha compiuto studi scientifici, ha scritto illuminanti saggi su H.P. Lovecraft e alcuni romanzi caratterizzati da un linguaggio duro ed estremo. Il suo è un cinismo sofferto che scava nelle contraddizioni della società odierna con parole dense, evocatrici di inquietudini che raccontano di mali fisici e psicologici in grado di sconvolgere l’esistenza. Dal bestseller "Le particelle elementari", il regista tedesco Oskar Roehler ha ricavato il film omonimo, presentato in concorso all’ultima edizione della Berlinale, premiato per l’interpretazione maschile di Moritz Bleibtreu (ottimo attore tedesco, di cui ricordiamo le prove in A Torto o a Ragione e in Luna Papa).
Non era impresa facile portare sullo schermo la cruda suggestione del libro di Houellebecq, autore che si può amare od odiare tout court. Chi scrive ha amato più il film che il libro, quest’ultimo fin troppo compiaciuto nel forsennato intento analitico. La pellicola di Roehler ha il pregio di una limpidezza maggiore nel ritratto dei due protagonisti maschili, conducendo lo spettatore alla discesa in abisso, verso un finale melò dove si avvertono echi apocalittici fassbinderiani. Il film è più dialettico rispetto al libro laddove concede ai personaggi protagonisti, lacerati da turbe sessuali, un passato emotivo. Roehler è un giovane, abile filmmaker che con il suo espressionista Hanna Flanders si è fatto immediatamente notare in patria, narrando le crisi esistenziali di una ex-sessantottina che coincidevano con l’evento della caduta del Muro di Berlino. I due protagonisti sono fratellastri segnati dal destino di una madre dissennata che li ha affidati entrambi ai nonni. Rispetto al libro dove lo sfondo è la Francia dei luoghi letterari, qui siamo in Germania. L’algido, implacabile Michael è un biologo che sogna la fusione delle particelle elementari utili alla clonazione di un essere umano. Bruno è un professore di lettere malato di sesso e per questo costretto a cercare ricovero in cliniche psichiatriche. È uno che odia la madre a tal punto da ubriacarsi sghignazzando al suo letto di morte.

Saranno due donne a cambiare il destino dei fratelli. Annabelle (interpretata dalla brava Franka Potente più posata che in Lola Corre e nei vari Anatomy e Creep) è un amore d’infanzia di Michael, come si evince da un flashback strategico in cui si rincontrano dopo alcuni anni. Da questo incontro nasce un’intesa sessuale (per Michael a quasi quarant’anni). Dal canto suo Bruno, per sfogare la propria libidine irrefrenabile, si rifugia in un campo di nudisti (nel libro di Houellebecq detto il "Luogo del Cambiamento"). Qui l’uomo incontra Christiane (che ha il volto espressivo di Martina Gedeck, vista in Ricette d’Amore con Sergio Castellitto) con la quale condivide i propri eccessi alla ricerca di un magico accordo possibile. Ma il destino riserva delle brutte sorprese. Ad Annabelle asportano l’utero dopo una gravidanza interrotta, mentre Christiane perde l’uso delle gambe.
Così il melodramma prende il sopravvento come in un Douglas Sirk criticamente rivisitato. Un respiro da cinema classico esasperato fino alla deriva tragica: Christine non accetta la propria menomazione e la sequenza del suicidio colpisce lo spettatore, almeno quanto quella (memorabile) del salto nel vuoto di Stefania Sandrelli in Io La Conoscevo Bene. L’assunto di questo film elabora la via di fuga da un mondo dominato da promesse non mantenute di estasi a buon mercato, propagandate dalla pubblicità; è l’utopia di future clonazioni dove le particelle elementari di una umanità rinnovata possano coniugarsi armoniosamente. Scienza e filosofia forniscono soltanto risposte parziali e soluzioni inefficaci, aprendo la prospettiva a domande sempre più inquietanti. Dal libro di Houellebecq, il regista Roehler trae il sentimento di impotenza che ne motiva la morale, facendoci apparire Michael e Bruno come facce opposte di una medesima identità, la nostra con la quale siamo costretti schizofrenicamente a convivere. Una storia ambientata "in Europa occidentale nella seconda metà del ventesimo secolo" (come scrive l’autore nel suo incipit) che riesce a coinvolgerci nella paura di un’Apocalisse annunciata, rende ciechi di fronte al dolore altrui, schiavi di una incomunicabilità ben più aspra di quella evocata da Antonioni perché abbiamo smarrito persino la memoria di quel che potevamo essere e che non saremo mai più. Perché la metamorfosi che conduce al disumano è già avviata e per il futuro non ci sarà più alcuna clonazione che tenga.

© 2006 reVision, Francesco Puma