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ParigiParis - 2h 07'
Regia: Cédric Klapisch Grazie alla forza del cinema (come a quella della buona letteratura) certi paesaggi metropolitani
sono divenuti luoghi dell’anima, atemporali scenari del mito, manifestazioni visibili dell’immaginario comune. Per tale motivo,
quando giriamo per certi quartieri, strade e vicoli, vivendone direttamente le suggestioni, ci sembra di poter condividere ogni
euforia, così come ogni ricordo o rimpianto, con i tanti altri spettatori dello stesso viaggio (sullo schermo come dal vero).Se parliamo di Parigi, poi, l’invito a tale esperienza di simbiosi appare obbligatorio: Parigi non la si visita, la si vive sempre e comunque. E questo grazie al suo fascino immarcescibile di capitale imponente quanto malinconica, all’acqua della Senna che la taglia mantenendola intatta, al suo toponomastico mistero, sondato però mai violato dai tanti registi che l’hanno ripresa per raccontarcela così com’è, meravigliosamente inaccessibile anche se tanto concretamente presente. E’ in una città come questa che la quotidianità assume proporzioni emblematiche: ciò accade ogni qualvolta l’equilibrio tra la vita e la morte si fa più sottile ed ogni privato vissuto si trasforma in rappresentazione di uno status condivisibile che trova il proprio naturale habitat in un teatro urbano, ideale contenitore attivo d’infinite derive esistenziali scritte e mostrate come se fossero uniche e ci riguardassero intimamente. Veniamo così attratti dalla vita appesa ad un filo di Pierre, giovane danzatore a cui viene diagnosticato un grave vizio cardiaco bisognoso di un urgente trapianto. E’ uno dei tanti personaggi che popolano la nuova commedia umana di Cédric Klapisch, tautologicamente intitolata Parigi a suggerirci la trasparente, rinnovata sovrapposizione tra ogni identità e il paesaggio che la ospita. Ad interpretare Pierre troviamo Romain Duris, attore prediletto dal regista e dal contemporaneo cinema francese, capace di
offrire aderenza fisica ed intensità controllata al suo personaggio, con quell’equilibrio e quel gusto per le sfumature che
caratterizzano, oggi più che mai, la via francese alla recitazione. E’ lui il disincantato personaggio-chiave di questo intrecciarsi
corale di tante storie che il regista mostra di saper dominare con sottile consapevolezza, nel suo guardare criticamente più
alla lezione di Lelouch che a quella dell’indimenticabile Ophüls de La Ronde.E’ la malattia a far ricongiungere Pierre con la sorella Élise che fa l’assistente sociale per vocazione (e finisce per aiutare gli altri dimenticando sé stessa), madre di tre figli e senza un uomo accanto (la incarna meravigliosamente una Juliette Binoche che ci appare bella anche quando è trasandata e spettinata, detentrice di un’irresistibile grazia attorale che rende ogni sua microespressione segno di emozione universale). La trama ci propone la vicenda di altri due fratelli, Roland (Fabrice Luchini) e Philippe (François Cluzet) che, all’inizio, s’incontrano al funerale del padre. Il primo è un professore universitario che viene indotto da un presentatore TV (Xavier Robic) alla partecipazione, in qualità di esperto, ad uno special su Parigi. Roland si mostra palesemente attratto più che dalle bellezze architettoniche della capitale esaminata da quelle, assai seducenti, di una studentessa, Laetitia (Mélanie Laurent) che egli si ostina a corteggiare con anonimi SMS riuscendo poi ad intrecciare con lei una relazione. Ma la fanciulla appare indecisa rispetto alle possibilità di arrendersi al fascino dell’uomo maturo o se preferire quello del più acerbo compagno di studi Rémy (Joffrey Platel) destinato a diventare il suo fidanzato ufficiale. Philippe è invece un futuro padre in attesa ed architetto impegnato a progettare un edificio della Facoltà di Biologia "Denis Diderot" sulla Rive Gauche (zona parigina urbanisticamente in espansione). E ci sono altre due sorelle, Victoire (Annelise Hesme) e Marjolaine (Audrey Marnay), immerse nel lavoro dell’alta moda che le ha rese ricche, viziate ed alla perenne ricerca dell’effimero. Ad attivare una speciale connessione tra i diversi strati sociali c’è il microcosmo variegato di un mercato i cui abitanti
oscillano tra il consueto vitalismo colorito dei meno abbienti che si danno coraggio da soli e i più addolorati sommovimenti
emotivi di una condizione socialmente difficile. Al reparto frutta e verdura incontriamo Mourad (Zinedine Soualem), Franky
(Gilles Lellouche), Grand Nanar (Emmanuel Quatra), Caroline (Julie Ferrier) e Jean (Albert Dupontel). Quest’ultimo è un sincero
ed onesto fruttivendolo che sta affrontando la separazione dalla sua Caroline innamorandosi al contempo del personaggio della
Binoche. A sua volta il pescivendolo Franky ha un debole per Caroline intenzionata a cambiare vita pur mantenendo un sottile
legame affettivo con l’ex–marito. Poi abbiamo Madame Muyard (Karin Viard), solitaria titolare di un forno, gentilissima con
la clientela ma razzista e prepotente nei rapporti con le proprie commesse; ed infine Benoît (Kingsley Kum Abang), un immigrato
clandestino che ha attraversato l’Africa per raggiungere la sua metropolitana terra promessa.Tutti questi caratteri, argutamente tratteggiati, concorrono a dare consistenza a questo affresco sulla Parigi di oggi, multietnica e multiclassista, che sembra assecondare le oscillazioni psicologiche e le incertezze esistenziali di chi la abita. Lo sguardo del regista Klapisch si fa affettuoso nel restituire vigore narrativo al suo interesse per le storie stratificate ed inanellate, dove convivono gli umori non solamente fisici dei quartieri più caratteristici che compongono la variegata geografia parigina (come accade in uno dei suoi film più riusciti, Ognuno Cerca il Suo Gatto che aveva per scenario lo storico quartiere della Bastiglia in via di trasformazione). In Parigi ci lasciamo guidare dalla sapiente lezione del professore interpretato da Luchini nell’individuare i contrasti tra vecchio e nuovo di una metropoli che sembra confermare la propria vocazione rivoluzionaria nel suo incessante volgersi verso un futuro che pretende metamorfosi continue e spesso spiazzanti. Quando il film ci mostra l’aspetto di altri contesti sovraffollati come quello del Camerun, o sottolinea i meccanismi che regolano l’importazione di frutta e verdura o ancora quelli del lavoro di assistente sociale di Élise, lo fa sempre per metterci di fronte al quadro di una condizione umana che appare, non solo sociologicamente, assai complessa. In tale condizione non possiamo che riconoscerci, seppure da abitanti di una periferia omologata, e questo perché Parigi si muove entro i confini di un territorio narrativo comune. Tra dramma e commedia emergono tanto le simmetrie quanto i contrasti: i lamenti depressi del cinquantenne professore fanno eco ai gloriosi ululati di un uomo che diventa per la prima volta padre; la solitudine annuncia sia la morte sia ogni illusione di resurrezione esistenziale e la malinconia incrocia la speranza mentre la macchina da presa segue il tragitto di Pierre malato di cuore verso l’ospedale dove si reca ad operarsi. C’è sempre, però, una possibilità di elevazione, questa volta incarnata da colui il cui punto di vista lega analiticamente i personaggi della corale vicenda, il danzatore che vediamo esibirsi attraverso il flashback al Moulin Rouge. Il suo guardarsi narcisisticamente come incarnazione di un arte che tende al sublime non gli impedisce un abbandono ad altri problemi di cuore che lo proiettano nel passato. Assieme a lui, in magica consonanza, impariamo a vivere da spettatori partecipi le vite degli altri, dalla prospettiva privilegiata in cui è possibile ritrovarsi sopra (e non sotto, come voleva René Clair) i magnifici, eterni tetti di Parigi. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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