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Paranoid Park

1h 30'

Regia: Gus Van Sant



Il cinema di Gus Van Sant da qualche anno è immerso nella fase contemplativa. Lasciate stare la dimensione giovanilista, i temi sull'adolescenza perversa e guardate bene in fondo all'immagine tempo di Paranoid Park. Un'immagine, una sequenza che si dilata “cinematograficamente” a piacimento, coalescenza del percepire e dell'essere percepiti. Dunque incontro “definitivo” con la realtà che è sempre altro da sé. In questo caso è unico il punto di vista, unico il passaggio dei pensieri nel corso del tempo “cinematografico” e non. Così come nei precedenti film, soprattutto Last Days, si dava una indicazione di tempo, anzi di ultimo tempo prima della morte. Ecco la vera ossessione principale che si denuda di fronte ai nostri occhi, orecchi, nasi, mani, vista, udito, olfatto, tatto. Un movimento percettivo che include il mondo ma a debita distanza. Si può appartenere al mondo, per piacere, per passione sincera, ma il senso intrinseco di un evento, o meglio l'unico evento concreto e sensato, la Morte, fa baluginare la vita come qualcosa di effimero e brillante. Paranoid Park è lo spazio paranoide in cui muoversi, illudendosi che le inclinazioni, i rapporti sociali (la scuola) siano al centro della propria vita. Salvo poi scoprire che tutto gira “casualmente” (ed è questo il senso più nichilista del cinema di Van Sant) senza alcun ordine. Il padre che lascia la famiglia, i compagni di scuola che cazzeggiano in classe, la ragazza che attende impaziente la perdita della verginità, i ragazzi “strani” e “diversi” che pullulano il limite del territorio conosciuto e possono o no condurre verso un'altra direzione. Per questo Paranoid Park è il limite stesso dell'alienazione sociale, il contenitore collettivo entro cui agitarsi come pesci in un acquario stretto i cui confini coincidono perfettamente con le pareti finte di un Truman Show.

Ma c'è qualche cosa al di là di Paranoid Park? No, solo l'incertezza, la paura, il desiderio, e tutta l'immaginazione possibile, positiva o negativa, ma che non potrà mai trasformarsi nella realtà di tutti i giorni. Siamo costretti a vivere nell'infinita ignoranza umana. Siamo costretti a vivere non sapendo a fondo chi siamo, né cosa ci facciamo in quello che chiamiamo mondo.
La contemplazione di Van Sant è dunque sguardo riflessione, che emerge nelle frequenti soggettive del ragazzo protagonista e sui primi piani del volto. Spesso è usato il ralenti, quasi per fermarsi, per tentare di cogliere lo spazio tempo in un modo più soft, di quello spaventoso e iniquo della nostra percezione di realtà. L'adolescenza come tempo che non misura il tempo, che guarda le coordinate spaziali come percorso favoloso e mai nudo e crudo. L'adolescenza è inizio e fine in modo traumatico di una favola bella a cui avevamo tutti creduto. Quel tempo inizia e finisce per tutti. Purtroppo a volte la fine del sogno arriva inaspettata come per Alex. E non resta che continuare a guardare nel vuoto, seduti nel proprio posto all'interno di un'aula scolastica. Perdersi ancora nella tensione di uno sguardo, ma con maggiore consapevolezza, quella da adulto che conosce pressapoco il destino a cui va incontro e sul quale spera di conquistare in un giorno fortunato almeno un briciolo di innocente serenità.

© 2008 reVision, Andrea Caramanna