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Pa-ra-da1h 40'
Regia: Marco Pontecorvo Lo sguardo infantile può ancora essere veicolo di trasfigurazioni del reale, epifania concreta
che assume magiche, universali proporzioni. Dal punto di vista di un bambino, salito su un palco in allestimento, osserviamo,
come lui incantati, l’orizzonte di una piazza parigina. Metafisica e materica insieme, questa visione ci apre, ancora una volta
cinematograficamente, una prospettiva morale che allude ad un desiderio di conoscenza, all’ideale apprendistato a cui tutti noi
siamo sottoposti: bisogna crescere, pur restando bambini, per comprendere le cose.Da questa identificazione e comunanza, da questa qualità di sguardo, si sviluppa la missione del clown franco–algerino Miloud Oukili recatosi, nel 1992 (a tre anni dal crollo della dittatura di Ceausescu), a Bucarest per adempiere al servizio civile nell’associazione Handicap International. Il suo inoltrarsi nelle periferie dei marciapiedi e dei vicoli desertici, territorio dei ragazzini abbandonati e costretti a vivere nella stazione, è divenuta una discesa rivelatoria lungo i tortuosi sentieri della miseria nemmeno tanto celata; è divenuta un’esperienza di conoscenza dell’abisso che conquistò il sottosuolo di una città segnata dai disagi di una rivoluzione quasi incruenta ma letale, portatrice di fame e violenza. Pa-ra-da è un’illuminante parabola sul tempo lungo delle guerre quotidiane raccontata da Marco Pontecorvo, figlio del grande Gillo a cui il film è dedicato, e presentata con successo di critica e pubblico nella sezione "Orizzonti" dell’ultimo Festival di Venezia. Per Marco è un debutto nel lungometraggio, dopo un’esperienza da direttore della fotografia e da autore del corto Ore 2, Calma Piatta con John Turturro, vincitore di numerosi premi. Qui si rivela il suo piglio ispirato nel descrivere il passaggio dall’incipit incantato dello svelamento parigino alle cupezze sinistre della dolorosa dimensione di una Bucarest affogata nell’illegalità, dopo l’esperienza totalitaria, e affidata al potere in divisa dei poliziotti che reprimono senza discernere, adeguandosi ad un clima d’anarchia coatta generatrice di gesti arbitrari e scorretti. Alla ricerca di una nuova identità, la metropoli sembra ridotta alla mercé di regole disumane. E’ in questo desolante scenario d’emarginazione che si muove Miloud (l’attore Jalil Lespert assolutamente straordinario nell’identificarsi con credibilità ora ironica ora empatica al personaggio), rimasto per 12 anni in questa stessa realtà conosciuta da ventenne (tanti anni aveva nel 1993), da artista di strada capace di dare dignità alle sue clownerie e dispensatore di pietas nei riguardi dei "boskettari", i fanciulli che vivono nelle fogne della città per affiorare dai tombini come topi. Condividendo quell’incredibile condizione, l’uomo recupera la sintonia con un tragico disagio esistenziale vissuto dai ragazzi di strada prigionieri della loro stessa libertà. E qui il film fa echeggiare, con acuta sensibilità moderna, la lezione degli sciuscià di De Sica, malinconiche icone del dolore inconsapevole e terribilmente vitale che Marco Pontecorvo svela attraverso i suoi piccoli interpreti accuratamente selezionati nelle periferiche scuole ed orfanotrofi di Bucarest città aperta. Questo per narrarci l’emblematica vittoria di Miloud, che è riuscito a fondare il gruppo circense di "boskettari" dando consistente rilievo alla Fondazione Parada i cui spettacoli hanno girato i centri di quei paesi europei segnati dalle tante guerre di fine Novecento, salvando dall’oblio le vite perdute di tante vittime adolescenti della furia dei tempi (dal pressbook apprendiamo la notizia dell’autorevole riconoscimento di Papa Giovanni Paolo II che il 20 ottobre del 1999 volle incontrare Miloud). Muovendosi nella zona tematica del più melenso Patch Adams con Robin Williams, Pa-ra-da recupera il taglio criticamente
temperato del più raggelato 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni di Mungiu rivelando il talento di
Pontecorvo junior votato all’indagine sociale condotta attraverso l’utilizzo dell’estatico filtro della poesia concreta (quella
che sa offrirci, certe volte, il cinema). Con fluidi movimenti di macchina a mano lo sguardo del regista sa adattarsi con pudore
alle scabrose situazioni che descrive: i suoi bambini perduti, fuggiti dagli orfanotrofi, vivono di furti, prostituzione e
accattonaggio con un’impressionante duttilità capace d’indurire i loro sguardi e tratti somatici, da prede facili della corruzione
innaturale che li riduce senza amore né speranza. Così assistiamo, in una delle scene più toccanti, al parto di una tredicenne
il cui neonato è destinato all’orfanotrofio, testimonianza di una disperante ciclicità che è il frutto marcescente delle macerie
non solo fisiche provocate dal regime di Ceausescu.Pontecorvo inquadra con allusiva determinazione i teatri del calvario infantile tra i binari della stazione e i labirintici canali, inoltrandosi nelle sotterranee abitazioni tra cartoni umidi e materassi putridi: un regno della sopravvivenza che acquista persino un valore dickensiano negli ingenui e un po’ fiabeschi disegni dei bambini che segnano iconograficamente il tracciato narrativo del film. Risulta assai efficace la raggelante fotografia di Vincenzo Carpineta decolorata ad arte nel recuperare le cupe tonalità di Bucarest inoltrandosi con lo stesso distaccato cromatismo nell’orribile realtà del sottosuolo abitato, mentre la commovente colonna sonora di Andrea Guerra restituisce abilmente quei suoni tzigani e circensi che evocano sia Kusturica sia Fellini con una equilibrata ed intelligente sintesi degli arrangiamenti. In tale modo si sviluppa il processo d’identificazione tra l’esperienza del regista, la nostra di spettatori e quella dell’impagabile Miloud, portatore sano e disincantato di una creatività necessaria, di una teatralità purissima che gioca a trasfigurare la realtà rappresentandone il senso più profondo, nella logica sempiterna della possibile emancipazione delle vittime di quelle apocalissi della Storia che sempre ci fanno dubitare di alcune qualità degli uomini. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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