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Qui Non E' Il Paradiso1h 50'
Regia: Gianluca Maria Tavarelli Raccontare la/una storia italiana non è per Tavarelli il
modo di costruire le immagini giuste per ottenere quel presunto realismo
sociale che può essere una buona etichetta per chi si accontenta di etichettare
i film. L’operazione è molto più complessa. Tavarelli, chissà se veramente
consapevole, sta mettendo in gioco l’immaginario italiano, l’immaginario di un
paese, di una popolazione che forse ha raggiunto il grado zero della fantasia.
Il protagonista Renato è un poeta, e poesia etimologicamente significa fare,
costruire, realizzare il nuovo. Renato è l’unico personaggio che ha coscienza
della condizione deprimente del mondo che lo circonda, ma soprattutto è pronto
a "ribellarsi" al sistema, insorgere per cercare un orizzonte diverso da quello
quotidiano. Quando la rapina al furgone delle Poste italiane è realizzata, la
reazione di chi conosceva Renato è ambigua, ambivalente. Chi, infatti, può
recriminare il suo gesto? Perfino il commissario di Polizia si trova di fronte
a testimoni che approvano la rapina, alcuni come l’ultima donna di Renato
dicono che è stata una grandissima prova di fantasia creativa: solo con una
immaginazione libera si poteva progettare il colpo.
Ma andiamo per gradi. Davvero il nostro paese soffre di una delle più terribili crisi di immaginazione al punto che le nostre giornate sembrano la sequenza di operazioni predeterminate da altri? Mi sembrava il caso, giacché il titolo del film afferma in qualche modo un tale status quo - qui non è il paradiso - citare una parte dello speciale dedicato al crash dell’immaginario italiano redatto dalla rivista Duel (numero di settembre 2000). In particolare un estratto del vivacissimo e amaramente divertente intervento di Marco Barile: "Quando la pizza resta il vostro piatto nazionale. Quando i politici diventano veramente caricature di se stessi. Quando chi ti legge le notizie - labbra gonfiate - sembra invitarti a un rapporto orale. Quando in agosto scattano le partenze intelligenti... Quando la Polinesia è tanto lontana ma così bella e Parigi è sempre Parigi... Quando le veline eccitano l’italiano medio, tutti gli italiani sono medi. Quando gratta e vinci, apri e gusta, clicca e godi. Quando prendi uno e prendi quattro. Quando puoi vincere col tre il quattro il cinque il cinque più uno il sei il sei più uno e il settemmezzo d’emblée... questo grigio popolo di marionette, questo brutto e ridicolo paese, opaco riflesso americano, davvero non può più essere niente, non può dire più niente." Nel film Renato è anche lui una marionetta: il suo desiderio di fuga è legato ad un
esotismo ottuso, non è un mondo cui si accede attraverso il verso poetico, ma
un luogo disegnato dal depliant turistico. La Costa Rica, spiagge bellissime e
dorate, mare trasparente, pieno di pesci fluttuanti. Desiderio corrispondente
all’esterofilia calcistica di chi oppone senza alcuna ragione la supremazia dei
Rumenigge e dei Van Basten ai vari assi storici del Torino, Sala, Graziani,
Pulici. Anche Renato, dunque, è condannato, perché il suo immaginario è minato
da un’incapacità poietica molto più profonda e radicata. Dall’altra parte il
commissario e gli altri personaggi vivono miopi e paurosi, a passi
piccolissimi, tenendo stretto in mano un biglietto della lotteria.La rappresentazione degli eventi, da questo punto di vista, appare ancora più spietata. La narrazione a flashback, caratteristica peculiare del precedente Un Amore, ha qui una funzione meno contemplativa e affatto priva di nostalgia. Pensiamo più a Chabrol, a quel verificarsi e concatenarsi degli eventi che celano il sospetto di una fatale predestinazione, ingranaggio in cui si stratificano con grandissima perfezione - eccellenti gli interpreti - le minime sfumature psicologiche. È la precisa caratterizzazione di Renato che lo spinge a compiere il gesto e si configura come inevitabile. Cosicché è efficace la dimensione di thriller: la scoperta del caso poliziesco, anche se si tratta di una seconda traccia. Quella più devastante e oscura è la nuda traccia dell’anima distrutta dalla perdita/fine dell’immaginario. © 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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