![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
Il Canto di PalomaLa Teta Asustada - 1h 37'
Regia: Claudia Llosa Quando la guerra trasforma il morire in un atto perpetrato in modo sistematico e volontario, allora è il
sentimento della paura a prevalere unitamente a quello dell’ingiustizia. A cavallo tra gli anni ’70 e i ’90, il Perù è divenuto
un teatro di crimini di guerra le cui vittime principali sono state le donne, segnate non solamente nel fisico, costrette a
partorire dei figli che crescevano con la paura di vivere. Le settantamila vittime in vent’anni, accertate dalla Commissione
per la verità e la riconciliazione, appartenevano alle comunità indigene ed erano coloro le quali ereditavano dal grembo materno
quello che è stato chiamato il "latte del dolore", il latte della sofferenza e della paura che i nascituri, secondo una credenza
locale, avvertivano nel ventre, quando le donne divenivano le vittime di abusi sessuali.Quello che racconta il secondo lungometraggio della trentaduenne peruviana Claudia Llosa, Il Canto di Paloma (Orso d’oro all’ultima edizione della Berlinale e patrocinato da Amnesty International), è proprio la paura di futuro in una terra desolata dominata dal dolore e dalla morte. Il canto che ascoltiamo fin dall’incipit ambientato nelle polverose baraccopoli di Lima, appartiene alla protagonista india Fausta (la giovane Magali Solier, intensa ed indimenticabile presenza) e si confonde con quello della madre al capezzale: è un canto addolorato e funesto, in quella lingua quechua che appartiene all’antico impero Inca. Ciò che il film ci racconta lo ritroviamo, con poetica flagranza, in queste prime sequenze che vedono protagoniste Fausta e la madre morente (Anita Chaquiri) dalle cui stagliate parole contenute nel canto apprendiamo del traumatico evento della nascita dell’ormai ventenne fanciulla avvenuta durante gli anni di piombo dominati dal partito comunista d’ispirazione maoista di Sendero Luminoso. Fausta è stata concepita durante un barbarico atto di stupro ai danni della madre, mentre il padre veniva assassinato. Il latte del dolore di cui si è alimentata le ha tolto ogni gioia di vivere condannandola alla paura e alla diffidenza angosciata nei confronti del mondo. Ora che deve dare una degna sepoltura alla madre si accorge della propria infelicità: il suo futuro è segnato dalla lacerazione di una scena primaria impossibile da rimuovere. Alle incertezze di una condizione già precaria, nel fatiscente barrio alla periferia del villaggio, si aggiungono le ferite psicologiche di un’identità lacerata. Il poco denaro rimasto è destinato alla cerimonia del matrimonio della cugina, mentre Fausta coltiva la propria nevrosi scegliendo la soluzione estrema di proteggere il proprio organo riproduttivo inserendovi una patata che le procura un’infezione provocata dal germogliare del tubero. A colpire la ragazza è una sindrome, diffusa in quel degradato contesto, della "teta asustada" (il "seno impaurito", a cui fa riferimento il titolo originale del film), come rivela al preoccupato medico del villaggio lo zio della fanciulla, Lucido (Marino Ballón), unico essere umano di cui lei si fida. Per raccogliere il gruzzolo necessario a comprare una bara per la madre defunta, a Fausta non resta che accettare un lavoro di cameriera presso la villa di Aida (Susi Sánchez), una facoltosa e rinomata pianista che prepara il suo rientro in tournée. Dall’alveo di un villaggio dove la quotidianità appare segnata da rituali semplici e da una povertà endemica, la giovane protagonista viene proiettata nell’algido ambiente della residenza della cantante: per lei è una nuova prigione, questa villa dove le imposte rimangono sempre socchiuse e dove ella è restia a comunicare persino col pacifico giardiniere che vi lavora. La nuova condizione spinge Fausta ad elaborare la propria solitudine addolorata col canto, una melodia straziante ed evocativa che la "padrona" Aida vorrebbe addirittura "rubare" (per questo illude la ragazza offrendole delle perle), mentre la fossa destinata alla sepoltura materna viene trasformata in una piscina dove far giocare i bambini. Il Canto di Paloma è una ballata malinconica che riserva momenti di bella intensità poetica attraverso
tempi di narrazione impressionisticamente dilatati che assecondano le palpitazioni e le progressive scoperte della protagonista,
durante il suo tragico percorso di liberazione dai fantasmi di un passato incombente. La regia di Claudia Llosa aderisce con
una sensibilità tutta femminile all’assunto dell’apologo, colorandosi con le tonalità tipiche del realismo magico e conferendo,
con pudore, un piglio epico alla vicenda. Questo esempio commovente di cinema essenziale ed evocativo, che sa trasformare una
parabola privata nell’emblema di una condizione umana disperante, mette in scena un dolore che affonda le proprie radici nello
scandalo di una Storia recente dove continuano a consumarsi conflitti ideologici dettati da una disumana intenzionalità di
pulizia etica.Ci scopriamo così a seguire empaticamente il percorso liberatorio di Fausta, la sua progressiva scoperta di un mondo prima sconosciuto ed assai differente dal suo dove la memoria non viene trasmessa oralmente attraverso la poesia o il canto ma si conserva attraverso oggetti d’affezione (come nella stanza da letto della pianista che appare come un mausoleo, con le foto della stessa disseminate lungo le pareti). Ed arriviamo a condividere la sua allegria, quando la vediamo, di fronte allo spettacolo dei cartoni animati, sciogliersi in un liberatorio sorriso, durante uno squarcio che illustra la sua fanciullezza ancora ignara del dramma originario. Nel momento in cui il tubero della patata ritorna nel suo naturale luogo, in un vaso di terra, assistiamo alla metaforica nascita di un fiore: un segno di redenzione e di speranza, apice di un calvario esistenziale che questo film ci racconta con esemplare limpidezza, ribadendo l’antico paradigma contenuto nelle leggende di tutte le culture dove il senso stesso del vivere appare generato dall’elaborazione, più o meno consapevole, delle pulsioni di morte che segnano sia le vicende individuali che quelle collettive della Storia umana. © 2009 reVision, Francesco Puma |
|