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Il Padre dei Miei FigliLe Père de Mes Enfants - 1h 51'
Regia: Mia Hansen-Løve Grégoire Canvel si distende sul divano del suo ufficio per un pisolino. Poi lo vediamo rovistare
nel cruscotto della sua elegante auto che abbandona posteggiata per prendere un autobus. Arrivato alla meta, con espressione
imperturbabile, brucia dei documenti sul marciapiede, si punta una pistola alla tempia e si uccide. Attorno a lui, Parigi
produce il consueto frastuono del suo quotidiano trantran, ma l’occhio della cinepresa e il nostro si concentrano a catturare
il gesto estremo dell’uomo, ripreso di spalle, mentre si accascia sul marciapiede. Grégoire è il protagonista principale de
Il Padre dei Miei Figli e la sequenza descritta si trova a metà in questa toccante opera seconda della coraggiosa regista
Mia Hansen-Løve che si è aggiudicata il Premio Speciale della Giuria nella sezione "Un Certain Regard" del Festival di Cannes
dell’anno scorso. Interpretato dallo straordinario Louis-Do de Lencquesaing, Grégoire è un produttore cinematografico che con
la sua Moon Films s’impegna a scovare talenti e ad alimentare progetti impervi, a detrimento delle proprie finanze. E’ un
idealista, insomma, con moglie e tre figliolette a carico che non si risparmia per la sua missione, costantemente attaccato al
cellulare e al volante incurante dei limiti di velocità (con punti di patente praticamente azzerati) e dell’obbligo della cintura
fino a quando la stradale gli sequestra l’auto. E’ una fin troppo generosa dedizione a trasformarlo in un borderline travolto
da quotidianità alienata, a spingerlo sull’orlo del baratro emotivo, prigioniero di un crogiolo di rapporti mancati fino al
gesto estremo. Un eroe del nostro tempo, in preda ad un crollo nervoso e arresosi alle minacce dell’anafettività incipiente
delineato con sapienza dalla sceneggiatura e dalla regia della Hansen-Løve, autrice non ancora trentenne, nutritasi di cinema
fin dall’esperienza iniziale con Olivier Assayas (diventato suo compagno di vita) seguita da quella di critico per i Cahiers
du Cinema e di regista debuttante (a 26 anni) con Tout Est Pardonné, commovente lungometraggio che esplora le dinamiche
familiari e i conseguenti traumatici riflessi, presentato a Cannes 2007 nella "Quinzaine des Réalisateurs" (rimasto inedito
nelle nostre sale è stato provvidenzialmente trasmesso nei mai troppo lodati appuntamenti notturni ghezziani di "Fuori Orario").
Con Il Padre dei Miei Figli, la minuta e volitiva autrice rende omaggio a un produttore
francese indipendente realmente esistito, Humbert Balsan, suicidatosi clamorosamente il 10 febbraio del 2005 (con le stesse
motivazioni e nello stesso ambiente della nostra storia), stimato dai cinefili per aver finanziato i film di Youssef Chahine,
Claire Denis, Sandrine Veysset, Yolande Moreau, Elia Suleiman (ed infatti quest’ultimo gli ha dedicato il suo recente bellissimo
Il Tempo che ci Rimane). E’ stato un incrocio professionale a creare la suggestione: Balsan
ha incontrato la Hansen-Løve con l’intento di produrre la sua opera d’esordio, e questo prima del tragico epilogo della sua
vita spesa a scovare talenti, avvenuto durante la produzione di The Man from London del regista ungherese Béla Tarr,
magnifica trasposizione dell’omonimo romanzo di Simenon, che sforò il budget previsto. Siamo nella zona, un tempo assai frequentata,
di un cinema che s’interroga sul senso del fare cinema, oggi e nonostante tutto. Un cinema introspettivo, che non esita a
esporre la propria intenzionalità fenomenologica, con un piglio analitico che rivivifica la lezione della Nouvelle Vague. Un
cinema scritto con puntuto rigore, capace di mettere in rilievo, oltre al personaggio protagonista (di cui si sposa il punto
di vista), anche il contesto e le identità di contorno. I momenti di vita familiare di Grégoire acquistano così uno spessore
espressivo rivelatorio: la sua famiglia è composta dalla moglie italiana, la Sylvia interpretata con consapevolezza e bravura
da Chiara Caselli, assieme alla primogenita Clémence (Alice de Lencquesaing, figlia d’arte di Louis-Do e autentica rivelazione),
a Valentine (Alice Gautier) e a Billie (Manelle Driss). Ecco l’uomo, tornato nel proprio alveo familiare dopo una delle convulse
giornate di lavoro, distendersi sul divano per assistere alla recita casalinga delle tre figlie. Ed eccolo distratto da continue
telefonate, impegnato a godersi le suggestioni di Ravenna, assieme alla famiglia, durante un viaggio di piacere che precede
la tempesta esistenziale. Il crollo finanziario, animato da banche riottose e implacabili come usurai, funziona da fatale
motore per la determinazione estrema. Dopo lo strappo doloroso del suicidio, è la moglie Sylvia a tentare un salvataggio in
extremis (poi vanificato) della Moon Films, con l’aiuto sincero e disinteressato dell’amico Serge (Eric Elmosnino), mentre
l’adolescente Clémence, oltre a prendersi cura delle sorelline più piccole, s’impegna a recuperare l’identità del padre,
indagando su di lui attraverso i registi con cui ha lavorato, assistendo a proiezioni di film da lui prodotti, conoscendo un
fratello tenutole nascosto avuto dal genitore da una precedente relazione. Tali occasioni spingono la ragazza a frequentare
un coetaneo incontrato durante le proiezioni (un’affinità elettiva che suggerisce proiezioni freudiane e sembra chiudere il
cerchio di un destino familiare sotto il segno del cinema). Nel delineare la geometria domestica di un esemplare tragitto
esistenziale, la regista di questo film prezioso e tagliente sceglie di utilizzare al meglio la parentela reale tra Louis-Do
e la figlia, puntando su una deriva da psicodramma. Così Il Padre dei Miei Figli acquista un valore emotivo assai
toccante il cui apice è la sequenza dell’addio parigino di Sylvia e delle sue tre figlie nell’ufficio del capofamiglia, la
percezione di un vuoto incolmabile che trasforma la vicenda in una parabola sacrificale. Sono le lacrime di Clémence, nella
sequenza finale a bordo del taxi, a fare da corollario alla storia morale, sulle note leggiadre, struggenti, malinconiche,
nostalgiche della Doris Day di "Que Sera, Sera (Whatever Will Be, Will Be)", tributo all’immortalità mitologica del cinema–cinema.
© 2010 reVision, Francesco Puma |
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