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Ovunque Sei

1h 25'

Regia: Michele Placido



A metà fra "Il fu Mattia Pascal" e l’ "Odissea" di un moderno Ulisse allucinato, ma senza avere intelligenza e numeri dei modelli letterari cui pretende di ispirarsi, Ovunque Sei rimane un esperimento fallito, il tentativo pretenzioso e arrogante di traghettare un’idea clonata verso i lidi dell’opera cinematografica e spacciare dialoghi populisti e banali per citazioni d’autore. La storia è sì d’amore, come lo stesso Placido si affanna a ricordare in ogni sua dichiarazione, e la passione è quella degli amanti, ma situazioni e personaggi stereotipati fino alla caricatura riescono a svilire anche quel poco di emozionante che la pellicola potrebbe celare.
Michele Placido confeziona un film sull’attesa, sul tempo che sembra non trascorrere mai mentre, invece, rotola su se stesso per ricominciare a dipanarsi sempre dallo stesso capo, sui corpi consumati fino alla morte, sull’enigma dell’identità e la suggestione della rinuncia. Ma sono soprattutto i vivi e i morti a coesistere in questa pellicola poco riuscita, che vuole raccontare una storia imperniata sul sentimento del sentirsi morire come ne "La carriola" di Pirandello: "Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina".
Fatui la sceneggiatura e i dialoghi (opera collegiale di Placido, Starnone, Contarello e Piccolo), pervasi da suggestioni pirandelliane che non hanno, poi, alcun riscontro consequenziale nella trama, la recitazione, spesso caricaturale e la illogicità della narrazione, completamente sottomessa alle ragioni di un deragliamento verso il metafisico senza capo né coda. Stefano Accorsi, solitamente vigoroso nelle sue interpretazioni, è qui totalmente soffocato dall’aura onnipresente del regista che lo aveva diretto nel dignitoso Un Viaggio Chiamato Amore e lo ha, addirittura, già confermato quale protagonista del suo prossimo progetto, mentre Violante Placido, che ha dalla sua solo il merito di essere carina, non fa che sgranare gli occhioni nell’ambizione di apparire un poco eterea. Unica nota positiva, la presenza della promettente Barbara Bobulova, vista anche nella sorpresa festivaliera Tartarughe sul Dorso, che però, non basta a risollevare la marea in un oceano di banalità.
Le scene oniriche e citazioni letterarie messe semplicisticamente in bocca ai giovani protagonisti non fanno che rendere ancor più ostile il tutto. Chiacchiere futili imposte come insegnamenti e nessi logici sacrificati alla poetica della "visione", scene di nudo gratuite e morbose che indagano fin nelle pieghe più recondite i corpi degli amanti, fino alla miracolosa nevicata romana fanno rimpiangere l’avvio realistico della pellicola, deprecare la scelta del racconto metafisico intrapreso, e provare un po' di vergogna per il modo immodesto e impudico di smembrare e svilire con continui rimandi un’opera come "L’uomo dal fiore in bocca".
E’ evidente che più di una cosa, nel progetto, non ha funzionato ed i fischi e gli scoppi di ilarità che hanno accompagnato la fine della proiezione veneziana dovrebbero far riflettere sul fatto che condire gli ingredienti di una narrazione misera di tutto e niente, eccedendo nei rinvii e nel citazionismo, è pericoloso e non paga se serve solo a mascherare la pochezza dell’ispirazione vacua e frammentaria.

© 2004 reVision, Elisa Schianchi