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The Others1h 44'
Regia: Alejandro Amenabar Esiste un mondo al di là dello specchio, un mondo che contiene le possibilità che non abbiamo percorso, i pensieri che non abbiamo
saputo afferrare, troppo estranei alle gabbie mentali che il mondo, continuamente, ci costruisce addosso perché si possa pensare di rubare loro il messaggio di salvezza
o di perdizione che portano con sé, essendo ancora corpi desideranti, racchiusi in questo tempo e in questo spazio.
Ma la scommessa di The Others va oltre la capacità di distruggere quel che ancora rimane delle antiche categorie filosofiche, quelle che ci illudevano a proposito
della "realtà", della materialità del mondo che cade sotto i nostri sensi.Il maniero nascosto nella brughiera dove una mamma (Nicole Kidman) e i suoi due figlioletti (Alakina Mann e James Bentley) sono chiamati a rispondere all'appello di un destino che non ha pietà per i vinti, per coloro che non hanno ancora imparato ad accettare la lontananza del padre, dell'autorità, della Legge (a questo allude il marito e padre lontano, forse disperso in guerra che ad un certo punto compare per poi scomparire di nuovo), che non hanno ancora imparato il disprezzo delle trappole ideologiche, delle categorie sovrastrutturali che servono ad espropriare il nostro pensiero della coscienza dei suoi limiti, quei limiti che appartengono a noi e a noi soltanto e non certo alle abitudini acquisite, ai comportamenti che sono (o sembrano essere) il frutto di un'educazione più o meno repressiva. Arrivati a questo punto è inutile nascondersi la realtà. The Others non ha nulla a che fare con la classica "ghost story". E gli spiriti che sembrano infestare la più tipica delle case vittoriane non hanno nulla in
comune con i fantasmi dell'inconscio collettivo che sono abituati ad impersonare.
Qui è un intero mondo che rischia di andare in frantumi e non una delle sue facce, importante quanto l'abito da festa che siamo chiamati ad indossare per rispetto di un
galateo nel quale si è ormai smesso da tempo di credere sul serio.Alejandro Amenabar gioca continuamente a ribaltare la prospettiva che sembra più logica, quella in grado di rassicurarci sull'esistenza di una rigida linea divisoria in grado di separare i vivi e i morti, i corpi desideranti e gli spiriti che hanno rinunciato a pensare un oltre, a superare la condizione esistenziale raggiunta. Raramente ci era capitato di assistere ad un'opera così visionaria, così efficace nel descrivere quei soprassalti emotivi, quei smarrimenti in grado di tradurre in immagini la perdita del centro, che è la perdita più grave perché è la perdita alla quale non sembra esserci rimedio. E va dato merito ad Alejandro Amenabar di aver saputo frenare il talento naturale là dove esso avrebbe potuto portarlo in direzione impreviste, lontane dal gioco crudele che il destino si incarica di inscenare quando diventa necessario mettere alla prova la saldezza di un mondo. © 2001 reVision, Marco Marinelli |
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