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L'Ospite Inatteso

The Visitor - 1h 43'

Regia: Tom McCarthy



Quello di Tom McCarthy è un cinema denso e sottile, che ci parla con franchezza di barriere umane, sociali, culturali. Nel suo ribadire le aspre difficoltà del comunicare - l’intollerabile presenza di un’incomunicabilità che agisce sul nostro spirito fino ad annichilirlo - questo regista mostra di credere al punto di fuga rappresentato dal liberatorio sforzo della solidarietà e della fiducia verso sé stessi e gli altri, elementi che danno spessore all’identità individuale e collettiva. Nel suo primo lungometraggio, The Station Agent, è il personaggio di un nano, che ha ereditato da un amico una vecchia stazione ferroviaria, a farsi promotore dell’emozione di un’amicizia, nata nello sperduto luogo, con le altre solitudini di un logorroico venditore di birre e di una donna reduce da un matrimonio fallito. In questo suo L’Ospite Inatteso, l’handicap individuale del precedente protagonista si trasforma nell’handicap sociale diffuso nella New York segnata dall’evento dell’11 settembre. E’ un apologo folgorante sull’America che vuole risorgere dalle proprie ceneri e che sembra nutrirsi di nuove speranze, dopo le tenebre dell’era Bush e il piccolo squarcio di luce dell’elezione di Obama (chiamato a fronteggiare la devastante crisi economica di questo incerto inizio di millennio). E’ un film che funziona come una sorta di rito esorcistico, a rappresentare le possibilità di sconfitta della solitudine e del ripiegamento rabbioso vissuto in superficie e in profondità da quella società preda d’inediti terremoti capaci di scuotere certezze ideologiche e stabilità socio–politiche acquisite.

A incarnare la limpidezza di questo progetto, McCarthy ha voluto come interprete primario Richard Jenkins, magnifico caratterista del cinema e della tv finalmente promosso a protagonista. Suo è il ruolo di Walter Vale, professore universitario di mezz’età che vive nel Connecticut ed è costretto a tornare a New York nel suo appartamento a Greenwich Village per seguire un convegno sulle politiche a favore del Terzo Mondo nell’epoca della globalizzazione. Rimasto vedovo, Walter appare emotivamente appannato nel suo rifugiarsi a gustare la buona musica e il buon vino senza alcun entusiasmo comunicativo, pur prendendo lezioni di piano, da maldestro neofita. Finché un giorno, rientrando nel suo appartamento, l’uomo lo trova occupato da una giovane coppia d’immigrati clandestini che lo hanno affittato in buona fede. Lui è Tarek Khalil (Haaz Sleiman), un musicista siriano, magistrale suonatore di tamburo, emigrato insieme alla madre Mouna, dopo l’omicidio, consumato in patria, del padre giornalista. La sua timida e avvenente fidanzata è la senegalese Zainab (Danai Gurira), impegnata a vendere per strada della bigiotteria artigianale da lei stessa realizzata. Come il viscontiano professore dei Gruppi di famiglia, Walter accetta la nuova convivenza scoprendo, grazie al giovane ospite, il fascino del sound di Fela Kuti attraverso lezioni di percussione finalmente efficaci. E’ uno dei segni della sua rinascita emotiva, l’avvento di un legame non previsto, consumato in rivitalizzanti escursioni nel parco dove i nuovi amici vanno a suonare insieme (un’irresistibile jam session di tamburi che è al centro di una sequenza dal ritmo travolgente). Ma ecco che il migrato irregolare Tarek viene intercettato all’interno della stazione della metropolitana, rimanendo vittima delle coercitive misure repressive della polizia nella Grande Mela ferita e impaurita. Il calvario del giovane, detenuto nel Queens, viene seguito con crescente emotività da Walter che coinvolge un avvocato per farlo uscire. In occasione del trasferimento del giovane detenuto, il protagonista svela la propria arrabbiata passione, agitando la bandiera di un diritto all’integrazione e alla tolleranza che per lui è qualcosa di più che una semplice esibizione di adesione ideologica: è il segno di un risveglio di vitalità, un’euforia profondamente coinvolgente e liberatoria.

A metà film entra in scena la madre del ragazzo, la palestinese Mouna, interpretata dalla splendida attrice Hiam Abbass (capace di accenti di verità alla malinconia del personaggio), che arriva dal Michigan dopo non avere avuto, da cinque giorni, alcuna notizia del figlio. Quest’ultima parte, che racconta il sorgere di una limpida solidarietà, trova un suo suggestivo squarcio nella scena del traghetto, dove Zainab, Mouna e Walter si stagliano, ritrovandosi, sullo sfondo della Statua della Libertà. Tagliente risulta la malinconica constatazione di una nazione che sembra avere smarrito le proprie aspirazioni libertarie, quella nazione in cui Walter non vuole più riconoscersi, trovando conforto invece nel tenero rapporto con Mouna, da lui accompagnata ad una replica (per lei mirabolante) del musical "Il Fantasma dell’Opera". Un incontro tra identità che amano scambiarsi reciprocamente i propri timbri esistenziali che ha il suo sigillo nel commovente saluto finale, all’aeroporto, quando Mouna si accinge a partire e, in dissolvenza, fanno capolino i colori della bandiera Usa.
Questa radiografia minimalista sull’America amara non assume mai i toni patinati o consolatori dell’apologo banalmente buonista. Merito di una sceneggiatura di ferro, scritta dallo stesso McCarthy, attenta a dosare i toni, affidando all’astrattezza evocativa della musica il compito di marcare l’assunto della storia, e donando ai dialoghi quell’asciuttezza antiretorica capace di far affiorare l’ironia dolente e la rabbia prorompente che il protagonista alla fine lascia trasparire con ritrovato orgoglio. L’Ospite Inatteso è, insomma, uno di quei piccoli film esemplari con i quali è utile confrontarsi, depurando la nostra coscienza dalla scorza impermeabile delle comuni paure che ci spingono a negare il valore dei quotidiani e più preziosi incontri con l’Altro.

© 2009 reVision, Francesco Puma