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L'Orizzonte degli Eventi1h 55'
Regia: Daniele Vicari Il cinema di Daniele Vicari è un dispositivo antropologico.
Legge nell’uomo. Scruta le intime espressioni della contemporaneità. La messa
in scena è l’effetto di un’articolazione oscura di eventi, che sono davanti ai
nostri occhi. Sia come oggetti, sia come sentimenti estremi.L’Orizzonte degli Eventi inizia con la modalità zavattiniana del pedinamento. La mdp segue Valerio Mastandrea, corpo prescelto per far esplodere turbolenze e passioni dell’anima, ma attraverso una lentissima implosione che è fatta di prolungati silenzi, di sguardi perduti, e spazi irriconoscibili, perturbanti e venati di morte. Vicari sceglie dunque una prospettiva impressionistica. Lo spazio del film è immediatamente chiuso dalla forma tunnel, schiacciato dal peso della montagna, il Gran Sasso. Il laboratorio è una metafora della visione. Occorre filtrare tutta la radiazione elettromagnetica (ossia la luce intera) per "vedere" i neutrini, bloccarli con la strumentazione e i software che consentiranno di vedere, finalmente, attraverso i grafici, il comportamento della particella invisibile. Forma residuale della materia, dell’energia microscopica e gigantesca che muove il mondo. Questa situazione fenomenica coincide con il sostanziale galleggiamento dei corpi, che si muovono in modo impercettibile, proprio come le particelle. L’umanità ingessata dalla sindrome della Scienza è in realtà pervasa dalla pulsione libidica, energia che fluttua in un senso o nell’altro, laddove non è la razionalità che organizza i luoghi della ricerca, ma tutto sembra esser affidato ad una sola perturbante Espressione: il Mistero (dell’Universo). Era dai tempi di Antonioni (degli anni settanta) che non si
vedeva una mdp in grado di registrare il Nulla. O meglio la sensazione
sgradevole del Vuoto, del Non Visibile (davanti ai nostri occhi) che alla fine
appare turbando profondamente i sensi. Dello spazio aperto inquietante, lo zabriskie
point, asse per i movimenti dell’occhio macchina, in ogni direzione, ma
constatando la sconfitta stessa dello sguardo diretto verso una
frontiera/barriera impenetrabile. Ma che senso ha oggi un nuovo procedimento
del genere? Perché molto cinema italiano (basti pensare alle opzioni
spiritualiste di molte opere da Calopresti a Ozpetek, passando perfino per Ciprì
e Maresco) ripropone instancabilmente uno sguardo verso il vuoto che spesso
significa e coincide con il crollo completo di un progetto di vita, e con la
lacerazione di un senso complessivo che sembra abbracciare l’evoluzione intera,la storia dell’Occidente così com’è stato programmato da un sistema economico
sociale politico ecc.? Le fratture della globalizzazione aperte ormai al
glocal, vale a dire la compresenza di moderno ed antico, sono ferite
incurabili, oppure il punto di avvio per nuove cure? Se Antonioni guardava con
muto e disperato imbarazzo alle icone della modernità, le industrie e i
conseguenti deserti rossi, Vicari pensa l’attualità come esistenza
inconsapevole. Laddove i multiformi aspetti delle società contemporanee possono
essere vicinissimi e diversissimi, ma senza interagire tra loro. In questa non
interazione tra antico e moderno sta forse la sconfitta di un progetto più
grande di Storia e Progresso, già fallito ai tempi delle lucide analisi
pasoliniane.
Fare i conti con il film di Vicari significa scontrarsi con la continuazione di una possibilità di scienza, che contempli non l’esclusione delle persone, ma il reale, concreto benessere per tutti. L’orizzonte, appunto, degli eventi che possono dipendere da scelte etiche, consapevoli, non trascinate da obiettivi che sembrano primari, come i risultati tanto attesi dal fisico Max, per il prosieguo non solo della sua carriera, ma di tutta l’ostinata allucinazione del laboratorio. Attraverso la percezione disturbante e continua delle entità, Vicari suggerisce una necessità di risveglio, un bisogno di rinascere, colpiti dalla pioggia scrosciante o dal semplice soffio del vento. Perché lì, sotto terra, protetti e indisturbati, i deliri possono continuare per molto tempo. © 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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