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Orgoglio e Pregiudizio

Pride & Prejudice - 2h 07'

Regia: Joe Wright



"E' cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di solidi beni di fortuna debba essere in cerca di una moglie". Ecco il felice incipit di quella che, forse, rimane una delle opere più amate e popolari della letteratura inglese dell'800: "Orgoglio e pregiudizio", raro esempio di armonia e perfetto equilibrio tra il rigore della struttura e la modernità di linguaggio e contenuto.
Il contesto storico del capolavoro di Jane Austen coincide con quello dell'autrice, che, infatti, prende spunto dalla quotidianità della provincia da lei vissuta per descrivere, in modo brillante e ironico, i costumi della media e alta borghesia, riuscendo a creare situazioni comiche e di serrato confronto dialettico capaci di mettere alla berlina, con intelligenza e leggerezza, lo scontro di classe in atto, quello propugnato della borghesia protagonista del progresso economico ma ancora priva del potere politico. Facilità di lettura, vivacità di dialoghi e trama articolata e intrigante hanno fatto sì che l'Inghilterra arroccata sui suoi privilegi, già traballanti dinanzi ai prodromi della rivoluzione industriale, rimanesse per sempre immortalata tra le pagine di un romanzo intramontabile.
La nuova versione cinematografica di "Orgoglio e pregiudizio", firmata da Joe Wright, regista con molti trascorsi televisivi che, però, non appesantiscono affatto questo scoppiettante adattamento, è precisa, accuratissima e ricca, come, del resto, di rigore quando lo "script" originale è emozionante come un dramma romantico e imprevedibile come una commedia degli equivoci in cui nessuno è come sembra.
Il materiale umano non manca: dalla buona famiglia dell'Hertfordshire dell'ottocento, i Bennet, descritta in modo oggettivo e senza sconti a debolezze e vanità, alla nobildonna classista e sprezzante che deve, alla fine, cedere il passo alle temute commistioni fra ceti, dai ricchi possidenti che tra balli pubblici e feste in tenuta riescono persino ad innamorarsi, fino all'involontaria ridicolaggine di personaggi che si ritengono di gran pompa o alla vanità di chi ritiene bellezza e gioventù una merce di scambio.
Protagonisti assoluti una madre, un padre e cinque figlie in età da marito. A causa dell'inalienabilità delle proprietà del pater familias, che andranno in eredità al cugino Collins, la famiglia Bennet è in subbuglio. La madre (Brenda Blethyn), tra crisi di nervi vere o presunte, nutre una vera ossessione per il suo piano di accasare le ragazze e, quando la vicina tenuta di Netherfield Park viene affittata da Charles Bingley, uomo ricco e scapolo, le sue preghiere sembrano avere risposta. Ma non si cada nell'errore di considerare la matrice letteraria del film alla stregua di un racconto per fanciulle, come per molto tempo si è fatto semplicisticamente, perché sotto l'apparente leggerezza delle grottesche trappole escogitate da Mrs Bennet per maritare le sue figlie si nasconde una dura denuncia sociale, che riesce a non far dimenticare la condizione femminile dell'epoca. Alla fine del '700, infatti, molte donne erano costrette ad una vita anonima e solitaria, rallegrata, in parte, dai balli e dai ricevimenti, unica occasione per le ragazze in età da marito di conquistare un buon partito. Poche di loro erano in realtà felici sotto il tetto coniugale e i matrimoni di interesse erano la regola.

Jane Austen, grande propugnatrice della dignità femminile, tiene molto a mettere in evidenza l'importanza del denaro anche in scelte che non dovrebbero essere condizionate che dal sentimento tanto che, spesso, alla descrizione psico/fisica dei suoi personaggi principali affianca quella doviziosa e analitica di cespiti, reddito e proprietà. Quest'aspetto è perfettamente reso nella trasposizione per il grande schermo di Joe Wright che si appropria del testo del 1813 insistendo, con grande piglio, sul movente economico alla base delle relazioni sentimentali, regolate in ogni caso dalla provenienza sociale.
Dunque, il facoltoso e affascinante Bingley si innamora a prima vista della maggiore delle sorelle Bennet, la bellissima e mite Jane. E lo stesso capiterebbe al virile quanto presuntuoso e inaccessibile Signor Darcy nei confronti della secondogenita Elisabeth (una Keira Knightley in odore di Oscar) se l'orgoglio di lui e il pregiudizio di lei non li tenessero impegnati in schermaglie verbali raffinate e guizzanti che, solo alla fine della narrazione, vorranno lasciare il posto al tanto maltrattato sentimento.
La scelta vincente del film è quella di non rinnegare la dimensione corale del racconto, mettendo, tuttavia, al centro dell'affresco proprio loro: Lizzy e Darcy (Matthew Macfayden, mutuato al grande schermo dalle assi del palcoscenico). E in particolare lei, la ragazza bella ma non bellissima, capace, però, di sguardi di incredibile profondità, la fanciulla dall'intelligenza fresca e indipendente, forse la prima femminista della letteratura ottocentesca o più semplicemente un'eroina romantica senza svenimenti che non ha bisogno di un cavaliere per essere salvata dal suo destino.
La macchina da presa segue con occhio attento lo studiarsi e avvicinarsi dei due giovani, la diffidenza che si scioglie in attrazione, lasciando cogliere allo spettatore, come se ne fosse protagonista, quegli sguardi complici che testimoniano il lento mutamento del rifiuto iniziale in sospiro da amanti. I sentimenti dei due protagonisti li rendono nostri contemporanei: è vero che i due sono destinati l'uno all'altra come in qualsiasi romanzo rosa ma la modernità e singolarità dei caratteri li portano lontanissimo dallo stereotipo alimentando il processo di immedesimazione.

Dopo la sontuosa trasposizione degli Studios, interpretata da Greer Garson e Laurence Olivier nel 1940 e vincitrice dell'Oscar per le scenografie, gli adattamenti per il piccolo schermo (solo in Inghilterra almeno una dozzina) e perfino le citazioni autoironiche immortalate ne Il Diario di Bridget Jones, gli amanti del libro della Austen, strano ma vero, avevano ancora bisogno di incarnare in un volto giovane e seducente come quello della Knightley "l'eroina della ragione" e di questo onesto lavoro di regia e sceneggiatura (curata da Deborah Moggach, assistita da Emma Thompson) che opta per la sobrietà, abbassando i toni grotteschi dell'originale.
Eccellenti i duetti fra i coniugi Bennet in cui l'imbarazzante grossolanità di lei fa da contrappunto al distacco sornione di lui (un meraviglioso Donald Sutherland che recita in sottrazione) così come la celebrazione dei più piccoli dettagli che rendono ogni giorno diverso, apprezzati con lo sguardo pulito e acuto di Elizabeth, curiosa e mai sarcastica.
Tutto ciò fa di un mondo vecchio di due secoli, uno spicchio attuale della nostra realtà quotidiana e non ci consente di non amare, di nuovo, pazzamente, un racconto capace di rinnovarsi anche nel nuovo millennio.

© 2006 reVision, Elisa Schianchi