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Christmas Oratorio2h 04' Se già la visione di Jerusalem
ci aveva lasciato perplessi e pieni di interrogativi sul reale stato di salute dell'attuale cinematografia scandinava, non sarà
certamente questo Christmas Oratorio ad offrirci le rivelatrici chiavi di lettura tanto ambite. Possibile, continuiamo
a domandarci, che quel cinema sia popolato unicamente di disperate saghe familiari dove, in un clima da melodramma d'altri
tempi, angoscia, sofferenza, morte e malattia hanno la valenza di una moderna piaga biblica a cui tutto soccombe? Possibile
che, ormai, dalla Svezia alla Danimarca, un unico incontrastabile tormentone ispiri una generazione di cineasti che, dimenticata
la lezione dei maestri del passato, si autocompiace di sprofondare i propri spettatori in una dimensione priva del benchè minimo
spessore, con noia e patetico a farla da padroni? Possibile che, ancora una volta, l'abbrutimento televisivo o i dettami della
società massificata debbano generare la ricerca di emozioni di bassa lega foriere di facili lacrimucce da un lato e di scherno
soffocato dall'irritazione dall'altro?Decenni di critiche spietate a siffatte sensazioni preconfezionate sembrano non aver potuto nulla contro il "successo" di simili film, laddove la semplice distribuzione internazionale è già, di per sè, un successo sicuramente immeritato, ed ecco quindi Kjell-Ake Andersson attingere a piene mani dall'omonimo fortunato romanzo di Goran Tunstrom, eliminandone intere parti e facendone scomparire più di un personaggio, per realizzare il suo Christmas Oratorio. L'Oratorio di Natale è chiaramente quello di Johann Sebastian Bach, una delle cantate più famose ed impegnative, croce e delizia della bella Solveig (Lena Endre), la più dotata fra i componenti del coro di una piccola chiesetta di campagna. Ma ecco che, proprio quando il suo sogno sta per essere realizzato, mentre i figlioletti giocano spensierati e suo marito Aron (Peter Haber) lavora la terra, tutto nel più perfetto stile "quadretto di felice vita familiare agreste", il nostro angelo canterino perde il controllo della bicicletta e finisce travolto da una mandria di mucche. Comincia così una tragedia senza fine che travolgerà inesorabilmente tutti, pubblico, familiari e malcapitati. Aron inizia a vagare senza meta, trascurando i figli e vivendo in un totale stato confusionale rischiarato dalle improvvise visioni della moglie scomparsa che, di tanto in tanto, lo viene a trovare. Le cose migliorano un po' quando, dopo lungo tempo, un amore epistolare lo conduce in Nuova Zelanda per sposare la giovane Tessa, ma anche qui - mai tradire un fantasma - la disperazione più cupa è già in agguato. Di certo non più felice il cammino del figlio Sidner (Johan Widerberg) che, dopo un'infanzia travagliata a contatto con i più stravaganti fra i personaggi cittadini, si ritrova a sedici anni sedotto ed abbandonato da un'attempata signora alla quale, nel frattempo, ha dato un figlio, Victor. Sarà lui, di cui per fortuna non conosciamo i drammi esistenziali, a chiudere il cerchio dirigendo finalmente il tanto agognato Oratorio di Natale. E' questa, per grandi linee, la storia di un film lento nel suo svolgersi e noioso in ogni
sviluppo, ricco di eventi ma povero di idee, un film che vorrebbe essere una grande storia d'amore, ma che finisce, fra continue
forzature, per diventarne la più deprimente delle caricature, con un finale, uno fra i tanti, sicuramente il "principale" e,
al tempo stesso, il più infelice, che vede Sidner, novello Aron, lasciare il proprio mondo per mettersi alla ricerca di Tessa,
nuova madre, nuova moglie, nuova speranza in un futuro che reca il marchio di un passato impossibile da cancellare. Certo, in
tutto questo magma caotico ci resta Bach, ma, pur non potendo non amarlo, ci sembra sinceramente piuttosto poco.
© 1997 reVision, Carlo Cimmino |
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