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Regole D'Onore

Rules Of Engagement

Regia: William Friedkin



I marines difendono l'ambasciata USA nello Yemen da una sollevazione popolare: li guida Terry Childers (Samuel L. Jackson), ufficiale pluridecorato. Quando la situazione precipita e si comincia a sparare, Childers fa aprire il fuoco sulla folla manifestante: muoiono in 83, soprattutto bambini e donne. Davanti alla corte marziale, l'ufficiale accusato di crimini di guerra sarà difeso dall'amico Hays Hodges (Tommy Lee Jones).
Intorno al film Regole D'Onore, lungo spot militarista dalle parti di Berretti Verdi, chiunque abbia scritto o parlato ha pensato bene di aderire (per cavarsi da un imbarazzo che il film senza dubbio provoca) ad una di queste due correnti di pensiero: quella del rifiuto totale, sostanziato dal disprezzo per il cinema di propaganda; quella del consenso totale, nel nome della "politica degli autori". Il primo approccio non consente di cogliere i passaggi in cui dalla significazione filmica emerge uno stile cinematografico; il secondo trasforma ogni inquadratura in una pennellata d'artista, secondo un abbaglio che impedisce un serio processo di riconoscimento e di interpretazione. Il fatto è che le domande di partenza, probabilmente, necessitano di una risposta più sfumata: è Regole D'Onore un film di propaganda? La fabula è intrisa di pulsioni xenofobe, violente, razziste, e il messaggio suona pericolosamente assolutorio per chi le esercita; ma siamo certi che questo film chieda allo spettatore di vibrare all'unisono con la propria morale? A prendere in esame il flash-back introduttivo, con l'episodio della guerra in Vietnam durante il quale Childers salva la vita a Hodges, ci troviamo alle prese con una logica di genere, con eroi e antagonisti; pochi, crediamo, si metterebbero oggi a discutere seriamente intorno ai valori morali veicolati da un western nel quale il colono trionfa sul nativo.

Altra domanda: Regole D'Onore è un film "di William Friedkin", al modo in cui Full Metal Jacket è un film "di Stanley Kubrick"? No, non lo è, e chi sostiene il contrario preferisce pensare al cinema come a una fucina indifferenziata di talenti individuali. Regole D'Onore è operazione completamente interna al genere bellico, nel suo filone giudiziario (da Breaker Morant fino a Codice D'Onore), e lascia alla regia un margine non decisivo; fra l'altro sono note le vicende per le quali Friedkin, tenuto in esilio dall'industria cinematografica dopo Jade, sia rientrato nel giro assai cautamente, con questo film su commissione e con il director's cut de L'Esorcista. D'altra parte, vi sono momenti di vero interesse, in Regole D'Onore, nei quali il meccanismo della finzione viene intensamente analizzato: la folla che assedia l'ambasciata americana, ripresa dalle telecamere a circuito chiuso, rivive molte volte nelle forme dell'evidenza, del sogno, del ricordo; e ogni volta questo ruolo collettivo assume una valenza differente, inerme o minacciosa, a seconda del soggetto che guarda, immagina, ricorda. Vi sono altri momenti nei quali il regista è attratto da un dettaglio, da un volto, da un corpo; la bambina mutilata, ripresa in campo lunghissimo è il simbolo di un'innocenza offesa, ma che nel sogno di Hodges si tramuta nel suo inverso (la bambina, in primo piano, spara contro i marines).
In conclusione, il film dichiara fin dal titolo (le "regole") le proprie inclinazioni di pensiero, e consente allo spettatore di osservare - fin dal titolo, appunto - la distanza più opportuna rispetto all'argomento trattato; pertanto a nulla giovano i giudizi più scomposti ("Il film è stupido, mal congegnato, scritto da un pazzo", così Roberto Silvestri sul "Manifesto"), se non a negare all'analisi critica la possibilità di accedere ad un testo nella sua complessità e problematicità.

© 2000 reVision, Luca Bandirali





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