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Oliver Twist

2h 10'

Regia: Roman Polanski



Roman Polanski non può non essere quel cineasta estremo che tutti conosciamo. Il suo sguardo era crudele ed impietoso. Perché molto più sadico di Alfred Hitchcock, più eccentrico ed esotico di Erich Von Stroheim, più nero e disperato di Orson Welles. Tanto per fare alcuni paragoni (forse inutili). Insomma, da grande cineasta, Roman Polanski poteva benissimo "violentare" il testo ormai quasi bicentenario di Dickens (del 1837) e farne un film attuale, necessario, autentico. Invece il dispositivo Dickens è riconducibile all'ennesima trasposizione elegante ed accademica. Semmai sia possibile attribuire un percorso interessante all'ultimo film di Polanski se lo sono chiesti tutti, ma è difficile esser d'accordo completamente con certe opinioni, cito a mo' di sintesi quella di Giancarlo Zappoli su Mymovies: "Se c'è chi pensa che il detto "si nasce rivoluzionari e si muore conservatori" valga per il Roman Polanski che 'illustra' (come alcuni hanno scritto) "Oliver Twist" di Dickens non si illuda. Il regista di Rosemary's Baby e di Il Coltello nell'Acqua ha conservato intatto il proprio sguardo attento agli angoli oscuri della società e della psiche. Uno sguardo mediato dall'esperienza di Il Pianista e proprio da quel film di successo stimolato a rivisitare il proprio passato di bambino salvatosi dal ghetto di Cracovia con la madre uccisa ad Auschwitz".

Il primo aspetto da considerare perché imprescindibile quale elemento di messa in scena è l'ambientazione. Tutta l'ambientazione è strettamente legata alla Storia dell'Inghilterra del periodo vittoriano. Con l'odore malsano delle strade, la confusione dei mercati, la promiscuità come stato di contagio di una miseria nerissima. Là dove per le nuove generazioni il primo obiettivo era quello della sopravvivenza. Gli orfanotrofi erano il luogo abituale per molti bambini, abbandonati per gli stenti, le malattie, l'ignoranza o semplicemente il destino. Fatto sta che tra orrende mense e terribili dormitori si aggiravano, sopraffatti da ogni vessazione e sevizia, centinaia e migliaia di bambini. Ed era naturale ogni tipo di brutalità nei loro confronti. Già la loro condizione di orfanelli li rendeva merce acquisibile da chiunque, valore di scambio per affari più o meno loschi, corpi in grado di soddisfare ogni tipo di bisogno o da educare per fini più o meno onesti. Come accade a Oliver che infine accoglierà quale figura paterna il perverso Fagin (un perfetto Ben Kingsley), proprio perché da lui ha ricevuto accoglienza, più calda e meno feroce rispetto ad altre. Sono gli stessi bambini risorse di oggi, aggrediti dal consumismo della pubblicità, costruiti, fatti crescere all'ombra dei loghi di piccole e grandi marche e multinazionali. Sono gli stessi bambini lavati e ripuliti dell'Occidente, laddove la povertà e miseria non abitano più a Londra come due secoli fa, ma tra le bidonville di Calcutta e Rio De Janeiro. La letteratura Dickensiana è una lezione di morale, più che un caso di testimonianza storica. E tale lezione ritroviamo integra nella versione polanskiana.
Tra strade e vicoli che raffigurano i medesimi spazi di Jack The Ripper (Lo Squartatore), troviamo lo stesso tanfo di forca che poi vediamo concretizzarsi in immagine con il penzolamento di Bill Sykes. In questa raffigurazione Polanski è molto più vicino, ad onta del riferimento a Gustavo Doré, al clima vampiresco gotico di Per Favore Non Mordermi Sul Collo. Non c'è dubbio che anche in questo caso molti personaggi sono in bilico tra il grottesco, la satira ed il grand guignolesco. In questo senso, per fortuna, Polanski conferma la sua vera natura di cineasta dell'horror.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna