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Old Boy

1h 59'

Regia: Park Chan-wook



É cinema sontuoso, che colma lo sguardo e si cementa nella memoria. Che non concede mai l’inquadratura che ti aspetti. Assoluta non-prevedibilità visiva. Vedi le formiche che emergono dalle mani di Oh Dae-soo (sono ancora quelle di Un Chien Andalou di Buñuel). Vedi i polipi mangiati vivi. Vedi lo split-screen post-De Palma, dove il primo piano di Dae-soo cancellato dal mondo è abbinato ad un fulmineo compendio di due decenni di storia coreana (dove trovano spazio anche i gol dei mondiali all’Italia). Lo stupefacente piano-sequenza dello scontro di Dae-soo con i killer, maestosa coreografia di almeno venti corpi pigiati lungo un corridoio scuro, seguiti da un unico carrello laterale. Lo sbocciare dell’amore tra fratello e sorella in una scuola, spiato in soggettiva da Dae-soo dietro il vetro infranto di una finestra (a quarant’anni di distanza, l’incesto di Per Qualche Dollaro In Più ha ancora i suoi figli). E come in un folle innesto tra Apri gli Occhi e Matrix, tornano i grattacieli, i corpi che precipitano, gli uomini in nero, i ricordi deturpati che cambiano una vita, il sospetto che l’intera esistenza sia solo un predestinato gioco di ruolo. Manierismo rabbioso e diacronico, dove mito greco (Edipo), Seicento ("La vita è sogno" di Calderon de la Barca) e Ottocento ("Il conte di Montecristo") si innestano in un postmoderno di web-cam e droghe sintetiche.

Old Boy è il prodotto di una cultura orientale che non può (non vuole) scindere la dimensione tragica da quella grottesca. Così, l’oscena rivelazione finale (da non rivelare) è immediatamente seguita da Dae-soo che per spingere a pietà il suo aguzzino non sa far di meglio che leccargli le scarpe e abbaiare come un cagnolino. In Tarantino, Lynch, i Coen, uno sviluppo simile avrebbe il sapore dello sberleffo, della deriva farsesca; in Park è invece un momento serissimo, la forma parossistica dell’umiliazione. Innestando i più disparati registri, il suo stile cresce sul contrasto e sul paradosso, sin dall’assunto narrativo di base: grazie ai quindici inspiegabili anni di prigionia che patisce, Daetsu si trasforma in un uomo migliore. È il suo nemico a renderlo migliore. È il suo nemico a regalargli l’amore e la gioia, come si fornisce una dose ad un drogato. Ed è sempre il suo nemico a sbattergli in faccia la verità.
La parola che uccide, la lingua che uccide. Old Boy dice tante cose e le dice in fretta, in una feroce mitragliata di ellissi. Brutali salti di spazio e di tempo come prassi normale del racconto. Park Chan-wook è meno freddamente raffinato del Kim Ki-duk di Ferro 3 e L’Isola: in Ki-duk c’è lo scrupoloso progetto semiologico di esplorare i confini del cinema, del mutismo attoriale, dell’immobilità dei corpi, della violenza che esplode nel silenzio; Park, invece, fa letteralmente tutte le inquadrature che gli passano per la testa. Eclettismo senza vergogna, con-fusione degli stili che sa dipingere il protagonista allo stesso tempo come un eroe e come un mentecatto, che sa balzare da una digressione buffonesca a una scena di tortura che ossequia Il Maratoneta, da una rievocazione delle fanciulle in fiore dell’adolescenza perduta ad un maldestro tentativo di stupro di un selvaggio che rivede una donna dopo tre lustri. Questo è cinema da preservare, da difendere, perché pone l’amore per l’immagine al di sopra di ogni logica, e forse al di sopra di ogni morale.

© 2005 reVision, Dante Albanesi