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Luce Dei Miei Occhi

1h 52'

Regia: Giuseppe Piccioni



Questo modo di dire "luce dei miei occhi" contiene un'intensa dimensione spirituale. La luce che è vita; non solo per gli occhi, che sono una via per raggiungere l'anima. Le apparizioni della trascendenza si perpetuano attraverso le visioni celesti, le madonne, i santi e i crocifissi, per circoscrivere il discorso alle religioni; più genericamente nella vita di tutti i giorni l'uomo contemporaneo ha bisogno di scoprire queste fonti luminose di speranza che sono strumenti per esorcizzare la paura della morte e del nulla.
Il film di Piccioni ha questa ambizione: descrivere il percorso di colui che cerca, tentando di abbozzare una sorta di imperscrutabile utopia redentrice, o di fondare un principio di morale con un comportamento inusuale, lontano dalla norma. E lo sguardo della mdp inciterebbe lo spettatore a procedere con il dovuto ardimento di fronte a una realtà che invece appare affatto deprimente, con il male che si manifesta attraverso le azioni riprovevoli di una madre, o di un malavitoso che sfrutta l'immigrazione in Italia di clandestini.
Al male concreto si oppone Luigi, un autista, che è un alieno tra i terrestri, o al contrario un vero terrestre in missione tra gli alieni come suggerisce la lettura fuori campo dei romanzi Urania e la continua citazione del fantomatico Morgan. Insomma decostruendo il film nella sua esteriore singolarità, scopriamo invece che la storia fa emergere i suoi intenti: la mitologia millenaria che esprime il desiderio di una figura cristologica pronta alla rivoluzione ed al sacrificio o comunque al gesto esemplare, un personaggio che diventa testimonianza delle forze del Bene in opposizione ad un Male che è scrupolosamente identificato.

Il difetto del film è, purtroppo, gravissimo, quanto facilmente individuabile. Le parole, i dialoghi fitti della sceneggiatura portano un senso inequivocabile, che suggerisce, rendendola scoperta, la direzione del racconto, che di conseguenza è irrimediabilmente privato di ogni fattore di suspense e tensione drammaturgica. Addirittura un cliente di Antonio è forzato fino all'inverosimile a parlare in poche battute dei dolori e delle tragedie della sua vita, la morte della moglie. In questa babele di sensi, tutti spinti verso l'obiettivo che capiamo subito, già dopo pochi minuti, il racconto perde del tutto la bellezza del suo farsi misterioso, la possibilità epifanica che forse poteva conservarsi in assenza di segni così forti e probanti e di mantenimento del segreto. Curioso allora che un film che abbia l'apparenza di una riflessione minimalista, peraltro sottolineata dall'attitudine contemplativa del protagonista, si conceda tale svelamento delle carte in gioco, dei sentimenti laceranti che diventano banali, come se fossero esposti leggendoli su un dizionario e applicando una banale e pesante chiave interpretativa delle emotività ostentate, come nel caso della tormentata Maria, alla cui perturbata infanzia debbono infine farsi risalire tutti i problemi con la figlia Lisa.
A questo effetto perverso di "spiegazione", accentuato dalla musica invadente quanto la scrittura, si sottrae misteriosamente lo sguardo che solo in alcuni istanti cattura in modo meccanico e involontario ansie e disperazioni genuine come la vecchietta che rovista tra i cumuli di surgelati per trovare un oggetto caro, e l'appartamento dormitorio degli immigrati, forse il film doveva svolgersi lì dentro, ma sarebbe stato un altro film.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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