Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Giorni e Nuvole

1h 53'

Regia: Silvio Soldini



Le acrobate sono precipitate dall’alto del loro filo teso. Le tre statuette elleniche del museo di Taranto che simbolicamente legavano, nel film di Silvio Soldini del 1997, le solitudini di due donne (una del Nord e l’altra del Sud), hanno perso l’equilibrio e si sono infrante sul duro suolo di una società globalizzata, alienata, omologata che è quella della nostra povera Italia. Il camminare sul filo, lo stato precario è da tempo ormai la comune, sovrana condizione. Una condizione che riguarda la morale (individuale e collettiva), le ideologie (più o meno resistenti) e lo status sociale (sottoposto alle regole del part-time, delle crisi economiche, del fluttuante mercato del lavoro). Il vortice nel quale una vita comune può precipitare, tra illusioni e rimpianti, è il cul de sac in cui rischiano di ritrovarsi i vecchi e i giovani del nostro mondo, in un gioco delle parti dove tutte le maschere cadono. E, nel frattempo, la natura segue implacabilmente il proprio corso: i giorni e le nuvole scandiscono lo scorrere di un tempo che può apparirci estraneo. Giorni e Nuvole è proprio il titolo che Soldini ha scelto per il nuovo, amaro suo film. I toni sono quelli della commedia acre, dove si respirano rarefatte malinconie alla Kaurismäki (pensiamo a Nuvole in Viaggio) e dove personaggi reali appaiono surreali, nella loro stralunata ricerca di nuovi, disperati equilibri, mentre lottano contro la fatica del vivere in una civiltà dove l’unico valore sembra essere rimasto quello dell’edonistica affermazione individuale.
La Genova di Giorni e Nuvole non è quella solare e vagamente "mediterranea" di Agata e la Tempesta, ma è invece la Genova dei grattacieli di vetro, algidamente industriale e borghese. E’ un paesaggio plumbeo che condiziona l’umore dei personaggi e il loro percorso emotivo, diventando emblematico scenario di una crisi di coppia, generata dall’improvvisa mancanza di lavoro. I freddi e lunghi corridoi aziendali di Mi Piace Lavorare (Mobbing) lasciano lo spazio ai più brevi ma altrettanto angosciosi interni di un bell’appartamento dove vivono Elsa e Michele, appagati da un matrimonio ventennale. Quando la condizione cambia, anche l’ambiente si trasforma in un piccolo e squallido appartamento di periferia, e perfino i ristoranti delle cene fuori casa diventeranno più modesti, sintomo di una crisi irreversibile.

La questione è: cosa accade in Italia, oggi, quando un professionista di mezza età perde il lavoro e si vede superato da giovani rampanti e disinibiti? Elsa è una Margherita Buy che sa donare accenti di dolcezza al proprio fragile personaggio, con uno sguardo che si riempie di brillantezza speciale quando si sofferma ad osservare la volta di un affresco appena finito di restaurare con passione d’artista. Michele è Antonio Albanese che non è solamente il comico graffiante e feroce che conosciamo, ma un attore in grado di far suonare le proprie corde malinconiche con ironica asciuttezza (come ha già dimostrato ne La Seconda Notte di Nozze di Avati). La rabbia del suo personaggio esplode attraverso una introversa disperazione che lo conduce a chiudersi in un silenzio cupo. I colloqui di lavoro inizialmente disinvolti con la cravatta a posto finiscono per diventare una pericolosa routine in grado d’intaccare il già provato equilibrio psicologico. Nelle prime sequenze si festeggia in casa la laurea in storia dell’arte di Elsa con tanti vecchi amici. E già notiamo lo sguardo assente di Michele che, durante la serata fortemente attesa dalla coppia, si rifugia in bagno, chiaro segnale del suo atteggiamento successivo. Da due mesi l’uomo non lavora, fatto fuori dai soci con cui gestiva una piccola società. Adesso non gli resta che affrontare a malincuore sacrifici e rinunce. Bisogna vendere la casa, la barca, licenziare la donna di servizio e abbandonare la mondanità, mentre la rabbia di Michele monta facendo scappare di casa la ventenne figlia laureata, Alice (Alba Rohrwacher), che con i suoi risparmi fa la cameriera in un ristorantino di cui è socia e va ad abitare con il fidanzato Riki (Fabio Troiano), inizialmente ignara delle autentiche ragioni dell’improvvisa crisi familiare. Elsa è così costretta ad accettare un misero lavoro in un call center per prodotti cosmetici e ad arrotondare la paga divenendo la segretaria di un datore di lavoro (impersonato da Paolo Sassanelli) che la coinvolge in un flirt per una notte. Michele, intanto, precipita nella depressione più tetra tra le nuove, squallide mura domestiche mentre la speranza si tramuta in angoscia e l’amore cammina a braccetto con il livore.

Raccontando la sua minimalistica discesa agli inferi, Soldini ci regala momenti acuti fino allo spasimo (l’imbarazzo di Michele che non riesce ad attaccare una carta da parati a casa di una inquilina del palazzo, la sua fuga che trova un rifugio disperato in camera da letto mentre Elsa smarrita, osserva con distacco il disfacimento incombente). C’è poi il suggestivo, commovente episodio che vede Michele portare il padre (Arnaldo Ninchi), confinato in una casa di cura e costretto in una sedia a rotelle all’acquario di Genova. E’ lì che si compie un piccolo incantesimo quando l’uomo malato, alla vista delle magnifiche creature acquatiche, si alza in piedi a contemplare l’azzurro. L’abile sceneggiatura del film tratteggia con incisività le figure secondarie, quelle di Vito (Giuseppe Battiston), un manovale precario, di Nadia (Carla Signoris), l’amica restauratrice di Elsa, e quella di un ragioniere che abita nello stesso palazzo periferico dove finisce la coppia protagonista (ad impersonarlo c’è il singolare Teco Celio, abile caratterista nelle ultime stagioni di cinema italiano ed immortalato da Kieslowski come malinconico barman in Film Rosso). Elsa e Michele non restano impassibili a contemplare le nuvole in viaggio ma cercano di reagire svelando l’impressionante fragilità che la minacciosa ombra capace di sovrastare noi tutti: lui si adatta a fare il manovale con la complicità di suoi ex dipendenti e lei, pur di sbarcare il lunario, rinuncia alla propria passione di restauratrice. Il segno di una possibile uscita dal tunnel di quotidiana alienazione lo dà la figlia Alice, capace di riappropriarsi dei suoi spazi e dei suoi tempi, nell’amore del fidanzato e nel controverso rapporto col padre per il quale continua a mostrare affetto. Una prospettiva di futuro che sembra contagiare i due protagonisti scoperti, nel finale, distesi sul pavimento a contemplare il dipinto completato della volta, nuovamente disposti all’amore. Ma questa nota di speranza non è in grado di esorcizzare la coltre di amarezza della quale Giorni e Nuvole è ricoperto. Il sorriso sapiente di Soldini scruta con inquieta ironia (usando con grazia la macchina da presa a mano) lo sfascio epocale di cui tutti siamo vittime. E il suo film tagliente e crudele, essenziale ed utile come certe caustiche commedie di Mitchell Leisen, ci dice molto della disperazione corrente senza retorica e con un ispirato gusto d’altri tempi.

© 2007 reVision, Francesco Puma