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Nuvole in Viaggio

Kauas Pilvet Karkaavat - 1h 36'



Aki Kaurismaki, il regista finlandese noto per i suoi film più recenti, quali Ho Affittato un Killer, presentato nel '90 alla Mostra del Cinema di Venezia, La Fiammiferaia e Vita da Bohème, non tradisce il suo stile, gelido e appassionato insieme, la sua comicità impassibile ma infallibile, il suo omaggio a un cinema d'autore. Infatti per questo regista si può parlare di un vero e proprio stile, inconfondibile, che si potrebbe definire realismo magico poiché richiama da una parte i grandi maestri dell'esistenzialismo in cinema, quali Bergman, dall'altra propone una sorta di iper-realismo. Uno stile comunque 'delicato', silenzioso, fatto di poche parole e di immagini fortemente caratterizzate, lunghe inquadrature fisse costruite come un quadro, uno stile che cerca di distinguersi, e ci riesce, dalla sguaiataggine dei film americani, incarnando idealmente la cara vecchia Europa con i suoi valzer e i suoi caffé, contro la dilagante stupidità dedita soprattutto a colpire i sensi e non la mente, o qualche senso secondario, volta a frastornare, a riempire, appagando appunto i maggiori sensi, come la vista e l'udito, tutto l'immaginario del fruitore, senza lasciare mai uno spazio bianco per pensare, per assaporare l'esistenza sotto una forma più sottile, profonda.

Di fronte a Kaurismaki ci si sente di fronte ad un autore, ad un artista, e non perché si presenta come un artista maledetto e ci parla dei grandi maestri del passato, di Fellini, di Bergman, di Kurosawa, ma perché lui stesso è impegnato in una ricerca che vada al di là dell' apparenza, e ci racconta di questa esistenza che, dice, oramai è completamente snaturata e l'uomo è un animale che non è più animale e non è più nulla. Nel suo film ci racconta appunto di piccole esistenze, insignificanti se vogliamo, da un lato, esemplari dall'altro, e ci fa seguire le loro vicende guidandoci nello squallore di una vita quotidiana che corre appresso ai miti del capitalismo, ma che non vuole perdere di vista i vecchi valori, come la dignità, l'amore, la solidarietà.

Una storia 'all'antica', con dei personaggi all'antica, per un regista all'antica, che ama i grandi maestri del passato. Quel che manca di più a Kaurismaki dei tempi andati è la cultura, ci ha detto. E i personaggi del suo film, Ilona e Lauri, perdono il posto, l'una perché capo-cameriera di un ristorante, il Dubrovnik, che aveva conosciuto il suo momento d'oro nel dopoguerra e ora verrà acquistato per farci un fast food, l'altro perché autista di un tram di una linea morta, che oramai non prende più nessuno, perché prendono tutti la metropolitana, che è più veloce e quindi adeguata ai tempi. I due, marito e moglie, vanno alla ricerca di un nuovo lavoro e qui scopriamo una realtà amara, nella gelida società finlandese, una società popolata di sciacalli, gente senza scrupoli, impiegati statali annoiati e inefficienti, mentre lui, Lauri, non vuole neanche richiedere il sussidio di disoccupazione, perché ritiene di essere ancora in grado di poter lavorare e non avere bisogno dell'elemosina dello Stato.(!) Quindi dopo una serie di ricerche e di fallimenti decidono di aprire un locale per proprio conto, cosa che diventa fattibile solo grazie all'intervento fortuito della vecchia proprietaria del Dubrovnik. Un investimento di denaro e di lavoro incredibili, per ricreare il tipo di locale elegante che erano stati costretti a lasciare, richiamando il vecchio personale del Dubrovnik per assicurarsi la qualità. Il primo giorno è un giorno lungo, un'attesa infinita, inquietante. Poi la sera arriva un cliente, poi un altro e un altro, e il locale si riempie. Il film finisce qui. Finale ottimistico? Il regista non lo crede fino in fondo, tutti i locali, dice, sono pieni la prima sera. Quello che accadrà dopo noi non lo possiamo sapere. Vincerà la qualità, verrà premiata la costanza?

Ma il film finisce proprio qui, quindi sicuramente ha un finale positivo e quell'inquadratura dall'alto dove i due protagonisti guardano verso il cielo, con un'espressione di fiducia e speranza, non può che risultare poeticamente incoraggiante. Ma un velo di nostalgia e di tristezza ci ha accompagnato durante il film, anche se abbiamo riso per certe situazioni estreme, perché la vita può essere spietatamente comica in certi momenti, anche drammatici, ma con ironia e pietà si va avanti cercando di non farsi travolgere dagli eventi. E lo stesso velo lo ritroviamo negli occhi del regista, che accusa senza remore il suo malessere esistenziale accompagnato, o meglio derivante, da un'analisi cruda e lucida della realtà. "Dietro l'angolo c'è una vita da formiche", diceva Bergman, citato da Kaurismaki. E quello sguardo verso il cielo dell'ultima inquadratura, forse è, ancora meglio che uno sguardo di speranza verso l'avvenire immediato, un interrogativo alla ricerca di un senso delle cose che vada al di là delle nostre piccole vite, delle misere esistenze legate a problemi che comunque vale la pena di non dimenticarsi, così come il regista ci ha voluto parlare di un problema secondo lui poco trattato al cinema, la disoccupazione. Un interrogativo morale e spirituale e non una risposta definitiva, anche perché secondo Kaurismaki il cinema non è un lavoro totalmente onesto, ma è per metà bugie e può rischiare di alienarti, portandoti lontano dalle cose vere. Lui, però, cerca di non farlo, anzi cerca di tornare alle cose guardandole nella loro realtà più profonda, sebbene si avvicini ad esse attraverso un modo di espressione che, accanto all'amarezza e al sarcasmo, utilizza la semplice comicità, ma è una comicità estrema, volta a denunciare soprattutto l'assurdità della vita.

© 1997 reVision, Raffaella Mastroiacovo



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