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Nuovomondo

1h 58'

Regia: Emanuele Crialese



C’era una volta l’Italia degli emigranti, di coloro il cui destino somiglia a quello dei tanti immigrati extracomunitari che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste alla ricerca di una nuova dignità. I primi sono i parenti ideali dei pescatori di Acitrezza che Visconti immortalò ne La Terra Trema, traendo spunto dalle saghe verghiane dei Vinti: uomini e donne che conoscono la durezza del lavoro e le asprezze della miseria ma che non rinunciano alle loro piccole utopie di riscatto per se stessi e per le proprie famiglie, né al valore dei sogni, pur sapendo che sognare troppo a volte fa male.
Il cinema italiano ha spesso rappresentato l’epopea degli emigranti, basti ricordare il magnifico Rocco e i Suoi Fratelli (ancora di Visconti), o quel piccolo gioiello dimenticato che è Emigrantes di Aldo Fabrizi (non tralasciamo nemmeno Il Cammino della Speranza di Germi, le magnifiche Americhe di Amelio e persino la commedia di Festa Campanile con Celentano, L’Emigrante del 1973). E oggi è ancora la Sicilia lo scenario eletto: è da Petralia Sottana, infatti, che prende le mosse l’ultimo film di Emanuele Crialese.

Siamo agli inizi del secolo scorso quando una nuova alba di speranza animò le coscienze di coloro che fecero rotta verso l’America. Fu soprattutto la Chiesa, attraverso le sue parrocchie, ad organizzare queste migrazioni di massa, alimentando le speranze di quanti andavano alla ricerca di una nuova prosperità senza abbandonare l’idea di un possibile ritorno in patria. Le prime sequenze del film descrivono la durezza abbacinante e addolorata del paesaggio, le nudità ferite degli uomini e quelle cocenti degli animali, le antiche superstizioni e gli ingenui rituali che già furono mitizzati dalla splendida prosa di Carlo Levi. In quella terra secolare arsa dal sole e che somiglia alla Palestina, Cristo sembra davvero essersi fermato, alle soglie di uno scenario dove convivono dolcezza e miseria. Il cinema di Crialese è animato da un profondo sentimento di religiosità laica: nel precedente Respiro, la statua della Madonna veniva riposta in fondo al mare come auspicio sacrale per il ritorno di Grazia (una strepitosa Valeria Golino), fuggita da casa e rifugiatasi in una grotta. Anche in Nuovomondo (pellicola con la quale Crialese ha vinto a Venezia l’inedito "Leone d’Argento rivelazione") egli offre una prospettiva mistico - mitologica al racconto del decisivo viaggio della famiglia Mancuso fino ad Ellis Island, l’isola che è divenuta la soglia eletta del "nuovomondo", la Golden Door "porta d’oro"), una specie di porto franco, zona limite a ridosso della Statua della Libertà. Salvatore, interpretato da Vincenzo Amato, attore e scultore newyorchese e complice di Crialese fin dall’esordio di Once We Were Strangers, è un vedovo che abbandona i suoi miseri beni per andare a cercare fortuna nella terra promessa d’oltreoceano. Lo fa per la sua famiglia, l’anziana e volitiva madre, Donna Fortunata (Aurora Quattrocchi) e per i figli Pietro (Filippo Pucillo) e il sordomuto Angelo (Francesco Casisa), la cui menomazione riserva una sorpresa nel finale.

Il regista romano di origini siciliane ci racconta gli ingenui ma potenti sogni ad occhi aperti di questa piccola comunità in viaggio, le visioni di galline gigantesche, di denaro che cade dagli alberi e di fiumi di latte. È la trasfigurazione onirica di un infantile desiderio di benessere, il territorio di un altro universo dove cose e persone assumono proporzioni abnormi e qualche volta mostruose. Per questa povera gente il distacco delle proprie radici è lancinante. Vediamo Don Ercole (Filippo Luna) accompagnare i viaggiatori come un paterno assistente ispirato. E finalmente la partenza descritta con un respiro epico a segnare l’incerto confine tra sogno e realtà. Durante il viaggio nel quale gli uomini vengono separati dalle donne, c’imbattiamo in Lucy (Charlotte Gainsbourg), una giovane ed enigmatica inglese dai capelli rossi che sembra uscita dalla penna di Edmondo De Amicis. Le sue maniere raffinate attirano le attenzioni degli altri, si pensa che sia un’aristocratica in fuga dalla famiglia, forse una prostituta o l’amante di un personaggio misterioso, decisa a trovare un marito. Come in un gioco di affinità elettive, Salvatore e Lucy s’incontrano e imparano ad amarsi, mentre la meta della loro piccola ambizione di mutamento si fa sempre più vicina. Crialese ci descrive l’approdo dei nuovi stranieri con acuto disincanto: ad Ellis Island, alcune donne smarrite si trovano di fronte agli uomini che dovranno sposare per avere il sospirato visto d’accesso, un legame sancito per obbligo e senza nessun amore. In questa scena risalta la presenza nel ruolo di Don Luigi, il grande e compianto Vincent Schiavelli, e ci piace ricordare che per lui, a suo tempo emigrante, sarà stato una specie di ritorno al passato in forma di psicodramma. E c’è sostanza tragica anche nella descrizione delle lunghe procedure dell’ispezione medica e dei test d’intelligenza, l’antico rituale di trasformazione e di adeguamento alle norme di una società piena di contraddizioni, disposta ad accogliere della nuova forza lavoro a patto che ognuno fosse disposto ad adeguarsi alle sue leggi. La fotografia di Agnès Godard dà corpo alle immagini oniriche dispiegate, per la verità, con qualche perdonabile ridondanza, mentre nella colonna sonora di Antonio Castrignanò rintracciamo gli echi di antiche risonanze popolari, l’uso del dialetto è ben stilizzato.

© 2006 reVision, Francesco Puma