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Number 23The Number 23 - 1h 35'
Regia: Joel Schumacher Il 23 perseguita Walter Sparrow, lo bracca dietro ogni angolo dell’inquadratura sotto
forma di scontrino, di calcolo, di autobus, di graffito, di frase sussurrata da sconosciuti. Con orrore, Sparrow scopre un
universo governato dal 23 (o anche dal 32, perché nulla si inverte per caso). L’asse terrestre è inclinato di 23 gradi. Il
sangue percorre il corpo umano in 23 secondi. Giulio Cesare venne ucciso con 23 coltellate. Il mondo dei Maya finirà il 23
dicembre 2012. (E l’eco sfocia nel mondo reale: le riprese del film sono iniziate il 23 gennaio 2006; è uscito negli USA il
23 febbraio 2007 e in Italia in 23 aprile; Jim Carrey ha battezzato la sua casa di produzione JC23). Ma ogni delirio che si
rispetti incontra inevitabilmente un libro, intitolato ovviamente "Number 23" e firmato dall’ovviamente pseudonimo Topsy Krett
(Top Secret). Tra queste pagine Sparrow precipita. Come Danny Kaye in Sogni Proibiti, si immedesima nel protagonista
Fingerling, eroe di un hard-boiled post-scorsesiano che sembra la copia distorta della propria vita reale.
Joel Schumacher capace di tutto sa sfornare delizie come Tigerland, infusi amari come Un Giorno di Ordinaria Follia, ma anche pesanti intrugli come questo Number 23, incerto tra Greenaway e Sin City, tra preziosismi cromatici (il sempre valido Matthew Libatique) e riflessi narrativi da Borges di seconda mano. Il copione dell’esordiente Fernley Phillips (tratto da Stephen King) fa l’effetto di un prestigiatore al quale cadano gli assi dalla manica nel mezzo della magia finale. Latita qualsiasi gradualità di toni: Sparrow balza dalla modalità "sereno-rilassato" a quella "iroso-allucinato" nello spazio di tre sequenze. Gioco troppo rapido per una partita che dura due ore. Come un treno in ritardo, la trama macina una stazione narrativa dietro l’altra, bruciando sul nascere i notevoli venti minuti iniziali, per poi smarrirsi in un percorso assurdamente tortuoso. E in dirittura d’arrivo, dove sarebbe gradita una sospensione, una qualsiasi ellissi che ci abbandoni sedotti e inappagati, ci sommerge con un ipertrofico spiegone inutilmente lagnoso e moralistico. Unico motivo del prezzo del biglietto, Jim Carrey dà il meglio che può. Ogni battuta è
un’impresa di mascelle, collo, spalle, braccia, occhi, consapevolmente eccessivo, sin troppo raffinato per il film che si
trova ad abitare. É chiaro che né Phillips, né Schumacher hanno mai visitato quella scivolosa terra di mezzo sospesa tra noir
e saggio speculativo che si chiama "thriller metafisico", basato su progressivi slittamenti del reale, personaggi che sembrano
sapere più di noi, oggetti che sanno più dei personaggi, registi che sanno più di entrambi. Il problema è che questo tipo di
film ci piace da matti. Perché, anche nel peggiore dei casi, inconsciamente si avvicinano ad uno dei valori primordiali del
cinema: la visione come inesausto mistero. La consapevolezza di guardare l’immagine come si guarda una bugia: un velo o una
carta da parati dietro cui si nasconde l’immagine reale. E nella fedele attesa di un nuovo Memento,
o anche soltanto di un nuovo Identità, continuiamo ad andare al cinema, già sapendo che
resteremo per la centesima volta delusi.
© 2007 reVision, Dante Albanesi |
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