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New Rose Hotel

1h 38'

Regia: Abel Ferrara



Non ho avuto né i soldi né la donna, diceva il vecchio Fred MacMurray all’inizio de La Fiamma Del Peccato. Potrebbe ripetere lo stesso adagio Willem Dafoe, protagonista di New Rose Hotel. L’ultima fatica di Abel Ferrara, folle e trasmutata con il suo creatore. Un film che necessiterebbe di una pagina divisa in due colonne, perché sì e perché no, opera e non-opera, discorso e varie strategie per aggirare il discorso stesso. Lo spunto è un racconto breve di William Gibson. Ma siamo ben lontani dal quadrato movimento di esplorazione delle reti narrative che caratterizza la scrittura secca del padre putativo del cyberpunk. Ferrara stende su tutto una mano di vernice opaca, cita a piene mani il noir, riempie la storia di macchie scure, o meglio, la rende una macchia scura, indistinta. Stizzoso ed autoreferenziale come un bravo discepolo di Godard, costruisce una Alphaville senza spazio né tempo, tentacolare come una metropoli orientale, o carica di storia come una capitale europea, ma completamente disindividuata. Prende personaggi e figure standard, e lascia che si depositino sull’immagine, a dire battute standard. Senza passato, senza futuro, con un presente meramente illusorio. Non più comunicativi dei moderni palmtop che usano per scambiarsi messaggi, antichissimi nel loro parlare non per aforismi, ma per luoghi comuni, per frasi già sentite in tanti lungometraggi d’azione. New Rose Hotel filosofeggia sull’obliquità dell’immagine, sulla distanza tra apparenza e realtà. La vittima del rapimento che dovrebbe essere al centro della narrazione non appare mai, se non in forma mediata, ripreso. Rallentamenti, salti in avanti, continui ritorni ad un immaginario punto di partenza. Un movimento che non esiste, che costruisce sapientemente il fascino del film, ed anche la sua rovina. Il contrappasso, da scontare nella seconda parte, è un passaggio al metalinguismo assoluto: Ferrara parla solo a sé stesso, e New Rose Hotel si nasconde senza possibilità di riparazione là dove nessuno può più scovarlo.

Trova complicità perfetta, il folle regista, nella recitazione degli attori, per motivi diversi. Si incontra col volto appuntito di Willem Dafoe, in un ruolo che ricorda quello del misconosciuto Lo Spacciatore di Paul Schrader, e con la genialità istrionica di Christopher Walken, curiosamente claudicante. Usa i loro talenti recitativi per costruire due personaggi classicamente granitici, che snocciolano luoghi comuni, e vanno incontro ad un destino già scritto. Piega il disastro interpretativo di Asia Argento ad un valore puramente corporale, di significazione fisica, livello al quale il disastro suddetto si trasforma in bella presenza. La mancanza della collaborazione di una penna fertile come quella di Nicholas St.John, autore dei migliori film di Ferrara, si avverte parecchio nel momento in cui New Rose Hotel esaurisce le due o tre cose che ha da dire, e si affida solo alla sua essenza per proseguire il proprio cammino. Uguale a nessun altra delle opere precedenti di Ferrara, forse con la stessa crudeltà ermetica di The Addiction, e gli appigli visionari de Il Cattivo Tenente. Scrive da una o dall’altra delle due colonne, è più un fatto di resistenza (alla proiezione) che di scelta.

© 1999 reVision, Riccardo Ventrella



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