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Quello che gli Uomini Non Dicono
Selon Charlie - 1h 54'
Regia: Nicole Garcia
Tre giorni per sette personaggi. Un tempo circoscritto a delimitare un territorio
narrativo, come accadeva in certi film tosti della Nouvelle Vague che fu. Oggi come oggi, questo è un artificio come un altro,
buono ad evidenziare metaforicamente vezzi e vizi di certe categorie dell’umano, naturalmente tutte sull’orlo dell’ormai
classica crisi di nervi. Uno schema alla Lelouch, attivato per farci percorrere i corridoi di una galleria di tipologie
appartenenti alla razza maschile, razza debole anzi debolissima, in appartenenza votata all’autolesionismo e all’autocommiserazione,
di nevrosi ridicole e d’imbarazzanti meschinità. A comporre l’ennesimo ritratto di esponenti del sesso forte allo sbando è
naturalmente un autore donna che ha scelto di usare la sofisticata retorica della commedia d’oltralpe (legittimamente, visto
che è francese doc) con un condimento d’intellettualismo e di rarefazione ironica il cui retrogusto conduce direttamente
all’Altman delle più grandi prove corali e a certo Allen smarrito nei meandri del minimalismo psicoanalitico. Ma Nicole Garcia,
regista di questo Selon Charlie (maldestramente tradotto in italiano Quello che gli Uomini Non Dicono, parafrasi
rovesciata di un titolo di Fiorella Mannoia), non è né Lelouch, né Altman, né tantomeno Allen. Il suo sguardo freddo e il suo
piglio tutto di testa avevano funzionato meglio in altre occasioni (ci aveva sorpreso positivamente il precedente L’Avversario).
Qui non ci resta che apprezzare lo sforzo (che si vede tutto) nel comporre il suo puzzle narrativo popolato di personaggi
interessanti ma talmente emblematici da apparire, qua e là, irreali per non dire fastidiosamente finti.
Lo sfondo della vicenda è quello, pittoricisticamente simbolico, di una cittadina dell’Atlantico, fredda ed inospitale paesaggio
costiero da cartolina della melanconia. Il Charlie del titolo (Ferdinand Martin) è un bimbo istintivamente proteso a scalare,
il più rapidamente possibile, le tappe della propria crescita, in un’implicita competizione col padre Serge (Vincent Lindon),
quest’ultimo preda del sesso vissuto in modo compulsivo. I gesti clamorosi e vagamente ribellistici del bambinetto ci conducono
all’incontro con gli altri protagonisti: prima di tutto con Joss (Benoît Poelvoorde), un patetico ladruncolo che organizza
con i compari sbagliati il furto di un televisore ad un’indifesa vecchina, provocandone la morte. C’è poi Adrien (Arnaud Valois),
carattere appena appena abbozzato, che è un campione di tennis stufo di esserlo, incapace di gestire il rapporto col compagno
più giovane Thierry (Grégoire Leprince) ed infine deluso da un fallimentare tentativo di fuga dal proprio irrespirabile microcosmo.
Nel suo piccolo e un po’ troppo ambizioso trattato sulle miserie dell’animo virile la Garcia s’impegna soprattutto a tratteggiare
(sempre attraverso lo sguardo di Charlie) le affinità alla deriva di due personaggi – chiave, Matthieu (Patrick Pineau) e Pierre
(Benoît Magimel). Il primo è un paleontologo di successo e l’altro è un ricercatore: la loro amicizia si è incrinata in occasione
di un’accidentata spedizione in un luogo inospitale (talmente accidentata che Pierre, traumatizzato, ha deciso di cambiare
mestiere dedicandosi all’insegnamento). Ora i due tentano di rimettere insieme i cocci, favoriti dalla licenza poetica della
regista che lascia irrompere l’ingombrante e significativa presenza dell’uomo preistorico Dirk, oggetto delle conferenze di
Matthieu, enigma di un passato remoto, mistero arcaico che sembra incarnare mitologicamente il rovinoso destino dell’uomo
contemporaneo, allora come oggi sul ciglio dell’abisso (non è forse a lui che vanno ascritte le catastrofi della Storia?).
Meno male che il buon Dio creò la donna, agente di salvezza dell’andro–disastro annunciato. Con sottile disincanto da manifesto
femminista, animato però da un bon-ton che ricorda i salotti rosa della tv di Catherine Spaak, il racconto delle tre giornate
di Selon Charlie mette in rilievo, alla maniera de I Bambini ci Guardano, la salvifica presenza della moglie
finlandese di Pierre, la fragile Nora di Minna Haapkyla, fautrice di uno strategico, ammonitorio tradimento che alla fine si
rivela utile a rinforzare il matrimoniale rapporto smarrito. Così come salvifica nei confronti di un altro personaggio del
film, il sindaco truffaldino Jean-Louis Bertagnat impersonato dal bravo Jean-Pierre Bacri, risulta la di lui appassionata
love story con la giovane giardiniera Séverine, una trasgressiva passione clandestina che la Garcia tende a fare apparire
paradossalmente come l’unico afflato interpersonale decentemente onesto e trasparente fra quelli raccontati nel suo mosaico
cinematografico. Per tale motivo è proprio Séverine l’apparizione più intrigante del film: ad interpretarla c’è una seducente
esordiente, Sophie Cattani, sicura futura stella del made in France, la cui levigata bellezza è colta dalla macchina da presa
in un abbacinante ed inquietato controluce, al nudo come fosse un possibile segno di naturale redenzione.
Purtroppo non sempre il copione di Jacques Fieschi (fedele collaboratore dell’autrice) e di Frédéric Bélier-Garcia concede
tali fulminanti momenti di sintesi, capaci di alludere più che di sottolineare. E le buone intenzioni iniziali si vanno stemperando
pericolosamente lungo un frastagliato e ridondante percorso narrativo che lascia troppe (inutili) domande in sospeso nel delineare
le psicologie dei protagonisti, concedendosi contemporaneamente un’enfatica forzatura nei dialoghi e nelle situazioni. La
ronde della Garcia non ha proprio nulla a che fare con quella, giocosamente leggera, di Ophuls. Risulta anzi una preoccupante
assenza d’ironia nel grigiore di tanta medietà autorale che, ahinoi, ci rammenta l’andazzo contemporaneo di casa nostra.
Chissà come sarebbe andata se la pur volenterosa regista avesse scelto uno stile più appassionato, meno algidamente concettuale,
per la sua disamina sulla discendente parabola del maschio nella contemporanea nostra società sfasciata.
Fra i tanti accenni esemplari che il suo film lascia girare a vuoto, preferiamo allora aggrapparci per partito preso a quel
forse non casuale frammento televisivo, esibito ad un certo punto della storia, di Papa Wojtyla impegnato nella sua lotta di
resistenza al dolore durante gli ultimi giorni di vita. Una lotta contro il tempo per fare di se stesso una metafora illuminante:
esempio, questo sì, valido per tutti gli uomini di buona volontà, donne comprese.
© 2007 reVision, Francesco Puma
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