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La Nona PortaThe Ninth Gate - 2h 12'
Regia: Roman Polanski Ogni film ha ovviamente i suoi parametri di giudizio. Le sue giustificazioni, che in parte adduce, o convince a sostenere. Le sue excusationes
non petitae (pericolosa escursione nel plurale), i suoi bifrontismi. Polanski torna al satanismo, dopo Rosemary's Baby e le visite della famiglia Manson, avrebbe
acutamente commentato Woody Allen. Lo fa senza che vengano meno alcuni dei suoi espedienti più noti. L'uso di una star americana, Johnny Depp questa volta, impegnato nel
ruolo di un cinico intenditore di libri rari. Primi omaggi: il Corso protagonista della Nona Porta dovrebbe fungere da Marlowe bibliofilo. Niente morale, molto mercantilismo,
non il migliore ma il meno peggio. E usato come esca, per di più, da un collezionista con diaboliche manie. Depp si aggira per la vecchia Europa, tutt'altro che solingo. Al suo fianco
con misteriosa saltuarietà un'altra consuetudine di Polanski, la bella moglie (di Polanski) Emanuelle Seigner.
Allora il film si trasforma (nuovi omaggi) nella ri-creazione di un certo tipo di horror, che per comodità potremmo riferire a Dario Argento, nel quale il diavolo si nasconde in vecchi edifici, ed i personaggi hanno nomi come Balkan, Fargas o Kessler. Un finto B-movie che rispolvera veri attori-B, come James Russo o l'indispensabilissimo Frank Langella. Costosa gita turistica per Johnny Depp, da Toledo a Sintra: e a Parigi ci si può rinunciare? E ad un maestro come Alfred Hitchcock? Terzo tic di Polanski, che riempie il film di trasparenti modernisti (magistralmente usati, non c'è che dire) e di pericolo in situazioni pubbliche. Si avvicina il redde rationem, sul quale è meglio sorvolare per il rispetto dei lettori ancora intatti (dalla visione), e allora si può debordare in qualche coloritura computerizzata. Queste sono le giustificazioni. Osservando uno dei volti della Nona Porta, quello più "cinefilo", non potremo fare a meno di annotare tutte queste sottigliezze, ed altro ancora. Soffermandosi sull'opposta
facies, di buon grado ci si sente di rinunciare ad almeno venti minuti di pellicola impressionata. Tagliuzzando qua e là, il film avrebbe guadagnato un ritmo accettabile, ottimo
vaccino per dimenticare che dopo ogni battuta si può benissimo indovinare la successiva, che i colpi di scena sono debitamente "sottotitolati", che il finale è floscio. Tra i centotrentasette minuti di Rosemary's Baby e l'equivalente de La Nona Porta la differenza è tutta da apprezzare. Nulla può la dimensione museale, o il minimo di suspence che l'intreccio solletica. Ergo, Polanski non è mai stato troppo bravo con le giustificazioni. A proposito, tante scuse per il latinorum... © 1999 reVision, Riccardo Ventrella |
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