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La Nobildonna e Il Duca

L'Anglaise et Le Duc - 2h 08'

Regia: Eric Rohmer



L'evocazione di un tempo ed uno spazio è questione di stile, di ricerca espressiva pertinente alla "soggettiva" percezione di un evento. Rohmer, rileggendo il diario di Grace Elliott, nobildonna scozzese, si preoccupa di riferire il punto di vista della protagonista. Dall'altra parte la figurazione dello spazio è affatto particolare, perché costruita con l'apporto contemporaneo della pittura del diciottesimo secolo e della tecnologia digitale. Ma quest'ultima appare semplicemente come supporto, come espediente per ottenere un effetto finale, mentre il piano fondamentale del film è la penetrazione di uno spazio tempo altro; ambiziosamente la sfida più grande per Rohmer è la messa in scena della percezione del secolo diciottesimo. Potremmo innanzitutto discutere sulla validità della scelta, vale a dire se il risultato della rappresentazione ci porta davvero la palpitazione di quei terribili eventi del Terrore postrivoluzionario, vale a dire se in fondo le caratteristiche espressive si traducano in impulsi riconoscibili ed interpretabili dai nostri sensi.
Non è un film sulla rivoluzione francese, ma sul periodo di follia che segue sempre ogni tentativo di rigido riferimento a una ideologia e ad issare ferocemente dalla parte dei nemici da eliminare tutti i possibili oppositori. Il Terrore si trasforma in una caccia all'uomo, durante la quale non si bada più alle condizioni degli accusati. La donna, ad esempio, ancorché sia trattata con residua gentilezza, è considerata alla stregua del peggior assassino. In una scena Rohmer mostra le sofferenze patite da alcune donne arrestate insieme alla Elliott. Sono anzi più anziane di Grace e sono rimaste in piedi per molte ore, hanno a disposizione una sola sedia dove attendere forse il giudizio. Giudizio in massa che si pratica con il massimo fervore dogmatico, con i rischi dell'eccitazione di un Comitato di sorveglianza per risolvere tutto in fretta, chiudere con il passato, con le ultime ombre della corte del re. Si dice che dopo l'esecuzione di Luigi XVI tutto cambierà, perché una volta eliminato il primo simbolo della monarchia, tutti gli altri potranno facilmente cadere (quanta è vicina questa ipotesi allo spettacolo delle Twin Towers dell'11 settembre 2001). Nella terribile immagine finale vediamo una folla dove a turno si fanno avanti gli uomini e le donne per l'imminente esecuzione.

Rohmer però non tralascia la discussione politica. La Nobildonna e Il Duca eredita dalla filmografia precedente - e in questo senso è possibile un accostamento anche con film apparentemente molto diversi come Il Raggio Verde - tutto il piacere della discussione e la ricerca di un nuovo orizzonte. La razionalizzazione dei fatti può essere utile a comprendere quello che sta succedendo? La risposta è negativa (e pensare che si tratta dell'epoca dei Lumi). E non si tratta neanche di prospettiva, quella offuscata e confusa di chi ha vissuto l'evento. Per esempio lady Elliott a un certo punto osserva, dopo la raccapricciante visione della testa decapitata della signora di Lamballe portata in giro su una picca, che mai prima di allora si era arrivati a tanto orrore. La storia invece smentisce questa affermazione, potendosi considerare come una vera e propria perpetuazione dei peggiori terrori, dei massacri più terribili.
La condizione più interessante per lo spettatore di La Nobildonna e Il Duca è di percezione dello spazio tempo. Di fronte ai dipinti, paesaggi ad olio del diciottesimo secolo, vediamo un'immagine "non fotografica". Una risultante particolare giacché i fondali sono stati ripresi con la mdp digitale. Eppure il senso è quello fotografico come suggerisce anche il ritratto del duca di Orléans che la Elliott custodisce gelosamente, più importanti forse delle corrispondenze che invece può bruciare. Questo non esclude che l'impressione di immagine movimento sia diversa. Dice Pascal Bonitzer (in "Peinture et Cinéma. Décadrages"): "Il movimento implica che un film non è un quadro, che un piano non è un quadro. Pertanto è a partire dalla nozione di piano (del decoupage nel tempo e nello spazio che questa nozione suggerisce) che alcuni cineasti possono essere paragonati a dei pittori".

Sappiamo che Rohmer in La Marquise d'O ha rappresentato il dipinto di Füssli "L'incubo". Riprendere immagini fisse-quadri ha forse il senso di una distanza? L'impressione di immobilità è molto forte. Perfino in diverse inquadrature Rohmer ci mostra il lento procedere delle carrozze, dei passanti, o la placida tranquillità dei personaggi sullo sfondo o di secondo piano. Poi le immagini proseguono dentro le stanze, in una successione di interni che fa assomigliare quest'opera a un vero kammerspiel, laddove la tensione e le emozioni, la suspense vera e propria sono affidati alle parti dei vari protagonisti. Suggerisce ancora Bonitzer che "il problema del piano-quadro, ciò che ne fa una figura a parte nel cinema... è che costituendo un tempo d'arresto nel movimento del film, esso non sembra poter integrarsi all'insieme, al ritmo narrativo. Il piano-quadro è chiaramente antinarrativo, ecco perché esso è stato impiegato da quei cineasti che privilegiano la messa in scena e la plasticità espressiva alla sceneggiatura e alla linea narrativa". E pure Rohmer nella sua lunga intervista ai Cahiers du Cinéma (n. 559) parla proprio di suspense, ammettendo una sostanziale corrispondenza con il classico hitchcockiano Chabrol. Questa suspense in Rohmer va cercata nell'istanza del segreto, quella dimensione filmica che consiste nell'ellisse o nella non visibilità dell'evento. Come accade alla Elliott. In fondo il film è racchiuso in quella scena chiave in cui la sua domestica tenta di vedere l'esecuzione con un cannocchiale. Ella tenta di vedere qualcosa all'orizzonte, non riesce a scorgere nulla, la Elliott invece ha già deciso la sua posizione: dare le spalle a un evento verso il quale ha già fermamente espresso il suo rifiuto e disprezzo.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna