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Tutto O Niente

All Or Nothing - 2h 08'

Regia: Mike Leigh



Che il cinema di Leigh sia realista è un opinione diffusa ed errata. Leigh è un filmaker che da sempre ha un unico interesse, rappresentare il dolore della sofferenza umana, soprattutto dell’incapacità di esprimerlo, cercando in personaggi proletari e piccolo borghesi quella disperazione individuale amplificata da una condizione socio economica spesso precaria. Ritenere che Tutto O Niente sia uno spaccato della società britannica odierna, dell’attuale situazione della working class significa non comprendere il lavoro di Leigh. Se per realismo s’intende una grigia e squallida periferia londinese, personaggi brutti e sporchi, disfacimento e immobilismo catatonico di fronte all’inevitabile, dispiace dire che non ci siamo proprio capiti. Quel “realismo” è preparato in ogni dettaglio, cercato, creato, fa parte di un immaginario, non è partecipato, ergo quello non è realismo. Che dire poi di un montaggio che non tiene conto di una storia che nel cinema realista avrebbe chiesto di esserci con una propria identità, e ancora avrebbe chiesto al filmaker di fare un passo indietro? Sgombrato il campo da questa incomprensione di fondo, parliamo di questo film per quello che è.

La vicenda è racchiusa in un week end all'interno di una piccola comunità fatta di famiglia e amici, di conoscenti, dove gli incontri casuali fungono da traumatica rottura di un malsano equilibrio (Phil, il tassista, e la cliente, incontro che porta l’uomo a sospendere la sua vita spegnendo il telefono). Phil (Timothy Spall, ricorrente attore di Leigh) e Penny, la compagna cassiera in un supermercato, Rachel, figlia che lavora in una casa di riposo, e Rory, figlio disoccupato e obeso, si relazionano con i vicini amici e colleghi (Maureen lavora con Penny, Ron con Phil, tanto per dichiarare un ulteriore stretto legame) entro un microcosmo organico dove difficilmente si riesce a distinguere la particolarità di ogni personaggio. Come aprendo una matrioska li troviamo l’uno dentro l’altro, per cui il film procede in profondità indagando le sofferenze di ognuno come se fossero nate da una stessa crisi esistenziale. In certo modo una novità per Leigh, se pensiamo quanto in genere la struttura narrativa fosse realizzata tramite l’unione di tanti particolari per raggiungere un quadro complessivo. La drammaticità esplode così con maggior forza, ogni angolo anche il più remoto del film concorre all’insostenibile malessere dei personaggi, coinvolti in una palpabile tragedia dell’essere. Lo humor, pure presente in Tutto O Niente, non riesce a scalfire più di tanto questo complesso e massiccio richiamo al dolore. La centralità dei personaggi allontana dall’ambiente in cui si muovono, quella periferia che a ben vedere potrebbe essere qualsiasi altra location.

La grandezza del cinema di Leigh è altrove, è per esempio nel mai dimenticato Naked (dove il personaggio si relazionava veramente con l’esterno, uscendo dalla sua storia incerto, zoppicando verso una possibilità di vita), non in questo film dove Phil e Penny s’incontrano all’apice di una tormentata vicenda ritrovandosi dopo la crisi cardiaca di Rory, purificati forse redenti.
Infine il lavoro con gli attori, delle interminabili sedute a tavolino in cui la sceneggiatura e i dialoghi sono modificati rispetto all'originale. E' qui che gli interpreti sono coinvolti direttamente nella costruzione delle caratteristiche di ogni personaggio, processo che li rende partecipi nella fase di preparazione, concedendogli un tempo considerevole per metabolizzare i ruoli vanificandone così "l'immediatezza" - l'opposto di ciò che accade in un film realista. Il risultato conduce a prove d’attore di eccezionale spessore e a una storia che, sprofondata dentro i personaggi, raggiunge un alto livello drammatico, straordinario, ma permettetemi, a volte pericolosamente fine a se stesso. Tutto O Niente è così percepibile come la "furba" operazione di uno dei massimi registi del cinema contemporaneo, e per chiarire il termine "furberia" basti dire che non c’è bisogno di collocare questi uomini e queste donne nel già sfruttato terreno del proletariato, utilizzando semplici segni di un realismo che ha ben altro da dire.
In tanta partecipazione emotiva riferita unicamente all’interiorità dell’uomo, emerge un distacco, Mr Leigh. Sembra che stavolta lei abbia voluto iniettare nel corpo di un povero tassista e in quelli della sua miserabile famiglia, dei suoi altrettanto miserabili amici, il virus dell’apatia riflessiva per vedere che effetto fa, mancando di cercare dentro loro stessi percorsi personali originatisi comunque da una specifica situazione generale qui totalmente assente. Ecco cosa nel vortice doloroso si avverte in questo suo ultimo film, distacco da quella lotta quotidiana che non conduce "l’homo proletarius" a presentarsi con il viso e i capelli sporchi, perché se conoscesse veramente l’ambiente sociale che pensa di aver rappresentato - e sono sicura che non lo voleva rappresentare - saprebbe che qui la parola d’ordine è dignità, il motivo che aiuta ad alzarsi ogni mattina.

© 2003 reVision, Emanuela Liverani