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The New World2h 31'
Regia: Terrence Malick La primitiva armonia tra l'uomo e la natura, un rapporto tradito dall'inevitabile tensione umana verso una ricerca di felicità che
si traduce nel suo contrario. Nascono il dolore, la rabbia, l'inganno, in una parola l'infelicità e l'uomo formula pensieri, cerca soluzioni che non lo condurranno mai più
alla condizione primaria ma ad una vorticosa corsa verso una nostalgia le cui radici, ormai dimenticate, rimarranno misteriose.Malick dopo Malick, coerentemente Malick, geniale narratore del cinema, un cinema le cui parole si fanno via via più rare, incomplete senza la forza di immagini e suoni che tutto raccontano, che solo il cinema può dare a condizione che anch'esso, come l'uomo che lo produsse, non dimentichi la propria origine primitiva. Il nuovo mondo, ossia la perdita del primato della natura, entra osservato con incanto, curiosità, disponibilità in un ambiente silenzioso, dalla bellezza prepotente, un paradiso perduto di miltoniana memoria; vi entra trasformando i suoni della natura progressivamente in note, ossia nella sua ricreazione umana su cui si sono costruiti complessi movimenti che producono infine musica. Dalla nota e leggendaria storia di Pocahontas, principessa dei Powhatan, e dell'amore difficile con John Smith, capitano della spedizione che fondò Jamestown in Virginia, Malick riproduce un plot storicamente veritiero conservando la presunta storia d'amore (che in realtà non ci fu e che iniziò il suo mito grazie ai racconti dello stesso Smith) servendosene quale pretesto per sviluppare la tematica che da sempre occupa il suo cinema. Stavolta è un membro del paradiso che esce dal proprio habitat per farsi Lady Rebecca (Pocahontas sposò John Refle, aristocratico produttore di tabacco per morire in Inghilterra ancora giovanissima), indossare abiti - virtuali e reali - talmente ingombranti da non poter più compenetrare il proprio corpo in una danza con gli elementi naturali, tradire un rapporto ancestrale - esplicato in quello con l'amato padre - per vivere le contraddizioni, le sofferenze degli orfani del mondo dell'armonia, sperimentando in pochi anni un salto millenario. Il legame con The Thin Red Line è evidente, lo è in modo sconcertante soprattutto nelle prime sequenze
- il sibilo del vento tra l'erba alta, il fievole rumore di un silenzio spezzato solo da vaghi suoni umani perlopiù toni di gioia, i giochi nell'acqua -; torna ad esserlo
nello Smith, ossia il conquistatore, conquistato a sua volta dalla vita del villaggio Powhatan come lo era il gruppo dei soldati dimenticati e dimentichi; lo è soprattutto
nei monologhi della voce off, pensieri, riflessioni, pronunciati quasi in forma di lamento, laddove il pensiero è incanto e sofferenza insieme, e le voci dei protagonisti -
la voce di Pocahontas si aggiunge con la conoscenza e l'amore per Smith - divengono una sola, la forma più alta del pensiero umano che le parole in dialogo non riescono ad
esprimere. Ecco che il paradiso posto da Malick, quella supremazia della natura deturpata dallo sconosciuto vestito con abiti metallici, si rivela un luogo ideale la cui
locazione geografica diviene una semplice esplicazione di un equilibrio umano di là dal raggiungere, insufficiente se privo del complesso pensiero umano nato dal dolore, dal
lutto provocato dalla separazione con lo stretto rapporto tra il se e il trascendente. La natura si fa quindi dimensione psicologica, e se nel film precedente la wilderness
conradiana, ossia la zona d'ombra dove si colloca il confine tra il controllo del conosciuto e la reazione verso lo sconosciuto che esplode in contrasto generando persino orrore,
era parte preponderante della vicenda, qui essa è racchiusa nel perimetro di un fortino dove la miseria umana, la malattia fisica e mentale, il disprezzo di se e dell'altro
implode scontrandosi con l'altro solo per necessità di sopravvivenza tanto che gli stessi scontri violenti si attuano nel fazzoletto di terra sul mare conquistato dopo lo
sbarco. Le modalità di disequilibrio indotte dall'arrivo dell'uomo europeo sono in The New World diverse, per certi versi più subdole, attirando l'altro da se nella sua
rete con lo stesso risultato, per cui il tema filosofico del rapporto umano con il trascendente si compie senza possibilità di riscatto, senonché alla morte di Pocahontas nel
castello britannico dove la natura è soggiogata dall'uomo - bellissimo lo sguardo meravigliato del rappresentate dei Powhatan mentre osserva questa natura geometricamente
addomesticata - qualcuno di quell'antico mondo (chi non ha importanza) abbandona la casa per correre fuori e ricongiungersi con il luogo primigenio. Il percorso iniziato con
The Thin Red Line si compie.
Malick ci ha abituato a non classificare in generi i suoi film, persino quello che apparentemente era qualificato come war-movie non corrispondeva al vero (The Thin Red Line), ed ora questo film storico/d'avventura è in realtà qualcosa d'altro, situazione che genera non poche perplessità per chi si reca in sala e non conosce o non ricorda Malick. Poco male, tra i delusi si annoverano comunque nuovi ammiratori. D'altronde Malick non è uomo consono alle regole, è un inclassificabile, l'irregolare del cinema americano i cui ritmi di realizzazione e produzione rispettano soltanto quelli della creazione artistica, pronto a fare film solo se ha molto da dire, se l'accumulo di conoscenza e preparazione richiede espressione, tra i più rispettati e stimati cineasti statunitensi con cui tutti (ma proprio tutti) vorrebbero lavorare a costo di rinunce persino economiche. Centocinquantuno minuti di alta qualità tecnico/artistica, di sollecitazione dei sentimenti, di attori convincenti - persino l'espressione dubbiosa di un discontinuo Colin Farrell ha una sua ragione d'essere appena superata una prima perplessità, mentre è perfettamente a suo agio la bravissima quindicenne Q'Orianka Kilcher -, minuti in cui bisogna lasciarsi andare, trasportare senza indugio e con curiosità da esploratore privo di pregiudizi. © 2006 reVision, Emanuela Liverani |
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