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Alla Ricerca Di NemoFinding Nemo - 1h 40'
Regia: Andrew Stanton e Lee Unkrich Solo in apparenza l’oceano è libero e illimitato. Sulle tracce del figlio perduto Nemo, Marlin scopre che anche nell’acqua si
tracciano frontiere. I quartieri tranquilli, in cui accaparrarsi un appartamento per il quale tanti altri pesci-pagliaccio "stavano
facendo la fila", sono solo un’eccezione. La norma è fatta invece di limiti, recinti, divieti, passaggi obbligati, zone proibite e
oscure, correnti impetuose come tunnel verso altre dimensioni. Alla Ricerca di Nemo è una storia di confini.Ma al di là dei suoi spazi frammentati, nell’oceano nessuno rischia la vita. Perfino la balena di Pinocchio non fa più paura. E anche gli squali di Spielberg, nonostante i denti affilatissimi, hanno scelto di non mangiare più pesce "per migliorare la propria immagine". Gli unici pericoli li portano i segni e le opere della "fauna" sovrastante, quando decide di invadere gli abissi: mine, sommergibili (del capitano Nemo?), esche, catene, ancore, reti, sommozzatori... Il mare è buono, il Male è sopra. Tra gli animali d’aria: i gabbiani. E di terra: l’uomo. Il vero e inconsapevole squalo è il dentista (che cura i denti degli altri), del quale i prigionieri del suo acquario (in un perfetto topos da cinema carcerario) conoscono a menadito strumenti, tempi e abitudini. Come in Z La Formica, l’occhio animale percepisce la società umana solo come un arcano e terribile teatro di meraviglie. E in questo mondo visto dal basso, geniale è la struttura di una trama che prima si scinde tra oceano (l’odissea di Marlin) e acquario (i tentativi di fuga di Nemo), tra il mare che circonda il pianeta e una stanza che circonda un lembo d’acqua; e che infine torna a sciogliersi in una sola materia liquida. Due universi paralleli che hanno come unico punto di congiunzione-collisione l’elemento aria: un pellicano del molo di Sidney (anagramma di Disney) che raccoglie tra le onde la leggenda di Marlin padre-cercatore (divenuta epica grazie al passaparola) e la riporta miracolosamente allo studio del dentista e a Nemo. A otto anni da Toy Story, ormai possiamo dirlo: la Pixar ha salvato la Disney. Ha saputo riportarla a galla quando sembrava ormai
impastoiata negli stilemi rigidi e bamboleggianti di un musical ultra-retrò, e l’ha traghettata verso i bambini del 2000 figli di Lara
Croft e di Ken il Guerriero. A questo pubblico offre svolte narrative di astuta rapidità e stupendi barocchismi visivi: il banco di pesci
che cambia perennemente forma, il pesce elettrico immerso nelle tenebre, la scenografia dell’acquario in stile "isola del tesoro", l’attacco
omicida dei gabbiani che mima Gli Uccelli di Hitchcock. Temi "scomodi" sviluppati con naturalezza ammirevole: l’handicap fisico
(Nemo ha un pinna atrofica) e mentale (Dory, l’amica di Marlin, soffre di disturbi alla memoria breve), la famiglia disastrata (Marlin ha
perso la moglie e Nemo è l’unico figlio sopravvissuto tra centinaia), la mercificazione degli animali (i pesci "da regalo", che finiscono
nello scarico quando sono venuti a noia)... E quella scena finale, con gli abitanti dell’acquario che riescono finalmente ad evadere
e tuffarsi nell’oceano, ma restano ancora rinchiusi nei sacchetti di plastica in cui sono fuggiti (la gabbia sottovuoto della Civiltà),
ha un’amarezza di fondo che nella filosofia Disney è clamorosamente inedita.Alla Ricerca di Nemo è di una perfezione imbarazzante. Per i bambini, che forse non chiedevano così tanto. Per il critico, che non riesce a star dietro a questo oceano di suggestioni. E soprattutto per l’altro cinema, quello adulto, che da un tale turbine di pura creatività audiovisiva può soltanto finire sommerso. Al lungometraggio è abbinata un’operina della Pixar dei primordi: Knick Knack, anno 1989. Su un tavolino affollato di souvenir musicali, al ritmo dei vocalizzi di Bobby Mc Ferrin, la travagliata storia d’amore tra una sirenetta e un pupazzo di neve imprigionato nella classica cupoletta d’acqua. Chiusa malinconica: i due non riusciranno neanche a sfiorarsi. Alla Ricerca di Nemo era già tutto in questa computer-art ai primi vagiti. Incantevole. © 2003 reVision, Dante Albanesi |
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