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Nemmeno il Destino

1h 50'

Regia: Daniele Gaglianone



Il cinema di Daniele Gaglianone ha il coraggio della drammaturgia. E qui, più che nel precedente lungometraggio, I Nostri Anni, la visualizzazione, pedinamento zavattiniano, appare dolorosa, squilibrata, folle, fino alla schizofrenia che figura la fuga definitiva dall'esistenza, dimensione cogente, che non si può né scegliere, né modificare. Il cammino imbarazzato, psicotico, devastante dei due adolescenti protagonisti, Ferdi e Alessandro, a cui si aggiunge l'ancora più sfasato, malridotto Toni, è un percorso senza indicazioni, schiacciati tra l'insensibilità, l'indifferenza della scuola e le rovine istituzionali della città. Con figure genitoriali completamente spezzate dalla possibilità di una società civile. Gaglianone non vuole rappresentare la storia di individui, ma l'emergenza di una collettività postindustriale malata, autodistruttiva e perversa. Gli effetti del male si vedono nella città anonima, nel degrado totale delle periferie (quella torinese), e quella corsa iniziale in motorino dei due protagonisti potrebbe essere il prodigioso controcampo della corsa in vespa di Nanni Moretti nella periferia romana. Laddove ci troviamo di fronte a un territorio devastato, al coacervo di macerie, alla povertà di cultura, all'ignoranza e l'avidità che hanno costruito con pervicacia il malessere generazionale. Il corso neopasoliniano sembra così ancora più denso ed amaro, perché è una brutalità in cui la poesia si palesa come virtù deturpata dalla tentazione del Nulla. La solidarietà pasoliniana tra diseredati è un valore tuttora presente. In questo senso il cinema di Gaglianone è vicinissimo per assonanze affettive, oltre che al modello di Gianni Amelio (di cui Gaglianone è stato aiuto regista), a Vento di Terra, l'ultimo film di Vincenzo Marra. Personaggi condannati al dolore, a una esistenza residuale, posti nell'impossibilità di reazione, perché il sistema ha rotto qualsiasi eventualità di vita dignitosa. Le "disgrazie" di questi personaggi non hanno una dimensione cosmica, ma quella di un paese rovinato da alcuni processi storici attraversati con irresponsabilità e leggerezza.

La banalità del male de I Nostri Anni qui riappare in maniera più subdola, è già più radicata e profonda ed avvolge i personaggi tanto che non s'intravede alcuna speranza di futuro per loro. Gaglianone ha tagliato i flash visionari in un'ottica di surrealtà psicologica, in grado di trasmettere un'inquietudine permanente, e sviluppare una traccia simile a quella di un cineasta in apparenza lontano, Michael Cimino (di Verso il Sole). La seconda parte del film, in effetti, sviluppa l'opzione del road movie, o meglio, del movimento verso un luogo utopico, il lago di montagna del disegno murario, nell'appartamento dei due anziani sfrattati. La fuga verso (il sole), verso una luce salvifica ha la stessa visionarietà del cinema di Cimino. Si tinge di epico, di materia taumaturgica, di paesaggi cura dell'anima distrutta dalla pena del vivere. L'ascesa in alta montagna è la separazione definitiva dalla città, la vetta è l'ultima possibilità di un orizzonte libero, sebbene la chiusura del film rimanga ambigua su questo punto. Si tratta di peregrino tentativo di affrancamento nell'ambito spirituale di una vita mondana, o piuttosto il concreto abbandono, con il suicidio, del legame con la terra verso la morte, la fine di tutte le sofferenze?
Il cinema di Gaglianone è schietto e penetrante nella sua estrema lucidità e compattezza. La commedia umana ha una sua specifica dignità perché non vezzeggiata da alcuna tentazione spettacolare, ma solo dalla disponibilità verso il dolore vero, il vissuto che si dipana e che è sempre una questione di equilibri, collegamenti stretti tra individuale e collettivo. Il cinema di Gaglianone per questo motivo ha una gran senso della responsabilità storica. Mette in scena il dolore, ma non fa troppe domande sull'origine del male, avanza ipotesi come il romanzo di Gianfranco Bettin a cui si ispira. La precarietà economica, l'indigenza non sono le uniche cause del dramma, ma alcuni fattori ai quali si aggiungono il lavoro che uccide, le vessazioni e il cinismo, l'ipocrisia istituzionale, come quella delle suore (qui ci troviamo di fronte a una chiara accusa) che annientano l'individuo, lo privano di ogni dimensione affettiva. Una disaffezione che infine coincide con la morte, anzi con la morte in vita di alcuni personaggi: la madre di Alessandro e il padre di Ferdi che si aggirano come morti viventi, zombies privi di luce negli occhi perché devastati nell'anima.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna