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Il Nostro Natale

R-Xmas - 1h 23'

Regia: Abel Ferrara



Natale a New York. Se al film di Abel Ferrara potesse toccare la sorte di Viaggio A Kandahar, “scoperto” dal pubblico grazie alle chiacchiere dei telegiornali, non sarebbe male. Anche perché Il Nostro Natale è un magistrale esercizio narrativo di inversioni, in cui c’è del buono (e del marcio) praticamente ovunque, soprattutto dove lo spettatore non l’aspetta. Il tutto annunciato da un’apertura artificiosa, irriverente mise en abîme in cui la recita scolastica è la finzione prima assecondata poi rivelata dalla macchina da presa; così come si scopre presto che la famigliola borghese che passeggia sotto l’albero gigantesco del Rockfeller Center si guadagna da vivere confezionando bustine di polvere bianca che gli amici dei quartieri bassi vendono in strada. Per due volte Abel Ferrara ci disorienta, con quel movimento dello sguardo (dal molto vicino al molto lontano, dal dentro al fuori, e viceversa) che è parte integrante del dispositivo cinematografico come “rivelatore magico”. Per esempio, i poliziotti possono corrompere ed essere corrotti, è una situazione comune nel cinema d’azione: ma in questo film progettano e realizzano rapimenti, ostentando nell’atto del crimine il medesimo ossequio al codice morale che onorano quando sono in servizio. In questo schema di inversioni si consuma il distacco fra il personaggio e il ruolo che la struttura di genere gli attribuisce; ciò avviene, è bene ricordarlo, in un film autenticamente sentimentale, in cui il nucleo familiare è rifugio e riparo, nonché punto di (ri)partenza.

Abel Ferrara affronta la materia de Il Nostro Natale con gli strumenti del cinema storico, non diversamente dalla messa in scena di Fratelli: i fatti del film risalgono al 1993, soltanto otto anni fa, ma lo scarto temporale si avverte sensibilmente, ed è a questo scarto che in parte ci sentiamo di ricondurre le opzioni formali di un regista che decide di interrompere il flusso allucinatorio di Blackout e New Rose Hotel con un cinema più raffreddato e razionale, che si sottrae a quella che Alberto Pezzotta nella monografia di Ferrara ha definito “istituzionalizzazione di uno stile”, opponendo un ordine lineare del tempo diegetico alla sua frattura sistematica, sostituendo con una omogeneità di supporti la precedente contaminazione fra video e pellicola, e infine ricercando una “ricchezza” dell’immagine in luogo della povertà apparente degli ultimi lavori. Che tutto ciò sia il frutto di una solidità narrativa ritrovata dopo la rottura con lo sceneggiatore Nicholas St. John e dopo svariati tentativi in altre direzioni (Il Nostro Natale è scritto e girato con nuovi collaboratori, fra cui il direttore della fotografia Ken Kelsch) è una verità parziale, ma indubitabile.

© 2001 reVision, Luca Bandirali





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