Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Il Nascondiglio

1h 42'

Regia: Pupi Avati



Pupi Avati è un cineasta prolifico, come lo erano i buoni artigiani del cinema italiano che fu. E’ un alchimista della narrazione in grado di regalarci un film all’anno, impreziosito da una sapienza speciale che sa dosare gli elementi di storie sempre accattivanti e suggestive. La nostalgia per Avati non è solamente una questione di ambientazione e di fabula, ma è soprattutto l’aggancio sentimentale ed intellettuale con un cinema comme il faut, affabulatorio ed evocativo: la nostalgia è il sentimento di base della sua cifra stilistica. Avati sa restituirci i sapori e gli odori delle epoche, recenti e passate, dove ambienta i suoi racconti morali, alimentati dai propri ricordi di giovinezza, mantenendo vivo il raccordo con il contemporaneo stato delle cose, la cui descrizione spesso si colora di amaro pessimismo. Ogni film di questo autore intimista ed epico insieme, s’ispira ad un’esperienza autobiografica, a dettagli di una condizione esistenziale simbolicamente autoreferenziale. Persino in questo suo ultimo, rinnovato omaggio al thriller, Il Nascondiglio, lo spunto nasce da una piccola memoria privata. Ne parla Avati stesso nel pressbook, raccontando di un’impresa fallita, sua e del suo fratello produttore Antonio, quando entrambi aprirono, tempo fa, un ristorante italiano nel MidWest degli Stati Uniti. Per ben due volte provarono ad inaugurarlo, il loro "Mama’s Avati Restaurant", ma non funzionò. Così, dopo Bix, il film che ricostruiva la biografia del leggendario trombettista bianco Bix Beiderbecke morto nel 1931 a soli ventotto anni (a cui s’ispirò anche Michael Curtiz per il suo sinuoso ed intrigante Chimere), Avati torna a celebrare il pionerismo che lo vide sconfitto, girando ancora una volta a Davenport, nello Iowa. E dopo Aiutami a Sognare, lontana impresa del 1981 con Mariangela Melato, Avati torna ad affidare il ruolo femminile di protagonista ad un’attrice italiana di forte caratura e di indiscutibile carattere, Laura Morante. Per entrambi non è il primo confronto col genere che fu di Hitchcock. La mai troppo lodata Morante, nel 1987, si era già trovata sul set di un film dimenticato alla sua uscita, Luci Lontane di Aurelio Chiesa, tentativo malriuscito di horror metafisico a buon mercato, ambientato in un piccolo paese della Romagna e corredato dalle musiche di Angelo Branduardi.

Se per il veterano Avati (ricordate La Casa dalle Finestre che Ridono?) rituffarsi nelle atmosfere del gotico è un piacevole ritorno alle origini (l’ultimo, appassionato suo omaggio in tal senso risale al 1996 con L’Arcano Incantatore), per l’incantevole Laura è un confronto finalmente risolto, l’occasione di affrontare un personaggio estremamente variegato, quello di una donna preda di un’innata fragilità emotiva ma anche capace di affrontare il presente attraverso un passato che non le appartiene ma nel quale è liberatorio riflettersi, come in una seduta psicanalitica. Della protagonista è incerto persino il nome: sappiamo solo che quando viveva in Italia la chiamavano Egle, che per quindici anni è stata rinchiusa in una clinica psichiatrica, dopo il misterioso suicidio del marito, e che, una volta uscita, è intenzionata a ricostruirsi una vita gestendo un ristorante. Le capita di imbattersi in un ambiguo agente immobiliare, Muller (Burt Young), che l’aiuta a trovare una vetusta ed affascinante villa di campagna, Snakes Hall, situata a Iowa, nella Scott County. La spettrale abitazione fu eretta da un industriale dedito a curiosi esperimenti sui rettili dai quali estraeva un veleno utilizzato per la confezione di medicine. E fu sempre lì che, nel lontano 1957, accadde un orribile evento. La villa si era nel frattempo trasformata in un elegante pensionato gestito da monache premurose ed efficienti. Una nevosa notte del 22 settembre finirono massacrate con un punteruolo due ricche ospiti del luogo, le signore Wittenmeyer (Sydne Rome) e Shields (Marina Ninchi) insieme alla Madre Superiora (Angela Goodwin). Prima che una coltre bianca ricoprisse mura e identità del terribile delitto, furono individuate come responsabili due giovani converse, la slava Liuba (Marin Jo Finerty) e l’italiana Egle (Chiara Tortorella), entrambe poi scomparse nel nulla.
Alla comunità non piace rivangare l’infausto evento, ma la riapertura della villa è l’occasione di un pericoloso ritorno dei fantasmi del passato. A farne le spese è, naturalmente, la nuova affittuaria che diviene vittima del classico gioco degli specchi da "Haunted House": sospiri che traspirano dalle mura, tremolii sinistri, una voce che canticchia "Magic Moments" e poi il sentiero iniziatico, questa volta rappresentato da un condotto dell’aerazione, buono a guidare il viaggio nel tragico epicentro di Snakes Hall. L’identità della donna assume i contorni incerti della schizofrenia: le voci che la tormentavano da ricoverata sono le stesse della rinnovata ossessione, mentre la presenza di Egle, nome che appartiene ad un passato italiano in parte rimosso, affiora con sospetta evidenza. Diventa dunque risolutivo, per la protagonista, sciogliere l’enigma dell’antico omicidio, ma la sua ostinata indagine trova ostacolo nel boicottaggio della comunità (che, per certi versi, sembra apparentata a quella, lynchiana, di Twin Peaks). C’è Padre Amy (Treat Williams), un influente sacerdote legato ad amicizie potenti, c’è Ella Murray (Yvonne Brulatour Sciò), una giovane e affascinante avvocatessa tenacemente avversa al marito, e c’è soprattutto la misteriosa Paula Hardyn, studiosa di criminologia a cui mancano due dita di una mano, interpretata dalla leggendaria Rita Tushingham. Figure in carne ed ossa che formano un’inquietante galleria assieme ai fantasmi che devastano la psiche del personaggio della Morante (contribuendo pure alla sua rigenerazione emotiva) e agli altri spettri che popolano la villa degli orrori, in questo mystery condotto dalla lucida regia di Avati, maestro di atmosfere e ben capace di far dipanare l’intreccio della sua storia fino all’imprevedibile finale.

Siamo in un territorio franoso dove i motivi di Che Fine Ha Fatto Baby Jane? s’incrociano a quelli di Psyco, per narrarci la concretizzazione di un’ossessione luttuosa. Avati inquadra dall’esterno l’imponente dimora di Snakes Hall con prospettive grandangolari ad effetto (mentre le foglie si alzano da terra ad indicare il vento della memoria inquieta) ed usa la macchina da presa con parsimonia ad evitare ogni inutile virtuosismo, svelando l’intrigo poco per volta, puntando sulle atmosfere più che sui colpi di scena. La scenografia di Giuliano Pannuti è elegante e suddivide gli spazi con un gusto architettonico studiato a regola d’arte: c’è la significativa dialettica tra vuoto e pieno negli interni (con riferimenti alla spazialità espressionista), c’è il grande letto simbolicamente sistemato come totem allusivo di originari tabù, c’è l’ascensore cigolante che rimanda a catene e forche della colpa. La fotografia di Pasquale Rachini e Cesare Bastelli è calda nell’incipit, ambientato negli anni Cinquanta con la tormenta di neve, mentre si stempera in sfumature più lievemente autunnali e poi livide quando descrive il presente sciolto nell’incubo. Mentre la colonna sonora originale del fedele Riz Ortolani si allontana dai consueti richiami romantici (buoni per altre prove di Avati) sperimentando arditi contrappunti e misurate sottolineature che esaltano la suspense del film.
Scavando nei recessi di pulsioni e paure in cui ognuno di noi non stenta a riconoscersi, Avati riesce in quello che a Dario Argento riesce ormai difficile (si veda il suo recente, deludente, fallimentare La Terza Madre): elaborare, in forma cinematografica piana ed ispirata, i modi e le figure della letteratura popolare che, in certi suoi generi, ha sempre descritto i riflessi aberranti e aberrati dell’inconscio. Ci parla, insomma, dell’atavico conflitto del bene e del male dentro noi stessi, degli ombrosi rigurgiti della memoria coi suoi timorati sensi (e sentimenti) di colpa. E così sfiora i temi del sacro, con accorata problematicità da credente: temi, questi, condotti da tematiche, citazioni figurative e personaggi di altri suoi film (come in Zeder, dove il ritrovamento dei terreni K guida la recuperata storia di uno scienziato francese che usò la loro fertilità per riportare in vita un prete spretato; come nel dialogo teologico ed esoterico, tra un giovane seminarista e un ex parroco nel 1750, che forma l’impianto di L’Arcano Incantatore; o, ancora, come nella simbolica raffigurazione dell’affresco sul martirio di San Sebastiano, segno rivelatore situato nella chiesa del suggestivo paese padano dove è ambientato La Casa dalle Finestre che Ridono).
Con Il Nascondiglio, Avati sembra aver conquistato l’olimpica condizione del maturo artigiano che sa sfiorare con leggerezza di tocco le tematiche predilette: lavorando con intelligenza la trama del proprio romanzo (recentemente pubblicato nella collana Piccola Biblioteca Oscar Mondadori), si mette dalla parte dello spettatore ad esplorare i misteri delle sue emblematiche scale protese nel buio (ce n’è una, particolarmente inquietante, a Snakes Hall), usando la buona vecchia cara sospensione dell’incredulità ed evitando, ai suoi personaggi, l’incombente ed insignificante presenza dei cellulari per ripristinare l’uso, che fa molto thrilling, del telefono, affettuoso omaggio ai classici da lui e da noi mai abbastanza amati.

© 2007 reVision, Francesco Puma