Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Niente da Nascondere

Caché - 1h 57'

Regia: Michael Haneke



Prendere appunti (di visione). Sospendere il giudizio. Disattendere la razionalità. Lasciarsi ingannare. Seguire altre strade (o storie). Non credere (ai propri occhi). Non credere agli occhi (degli altri). Pensare alle possibilità. Non pensare alle possibilità.
Sono solo alcune operazioni da spettatore che Haneke mette in moto. Su spettatori/utenti che permangono disturbati, sorpresi, spiazzati dalle categorie mentali rappresentate. Perfino i soliti titolatori italiani sono stati presi nel gorgo. Hanno preferito Niente da Nascondere. Forse sono stati irritati/irretiti dal film. Non c'è "niente da nascondere" - solo la apparenza formale. Paradossale: ciò che vediamo ha i tratti dell'autenticità, ma allo stesso tempo non ha niente di autentico. I titoli di testa contenuti nella prima inquadratura costringono lo spettatore a un detour rispetto ad un'immagine che si mostrerà poi cruciale nel prosieguo del film. La soggettiva impossibile di una misteriosa macchina da presa posta in un luogo impossibile, dal momento che pur essendo assolutamente in vista dalla prospettiva dei personaggi, essa rimane comunque "caché", cioè nascosta. L'occhio della macchina da presa invisibile può continuare a vedere nonostante tutto. E soprattutto ad onta della sua posizione riconoscibilissima. Ma perchè quest'occhio della macchina da presa corrisponde sempre più ad una posizione invisibile, ed è esemplare la ripresa dentro la stanza dell'algerino? A chi appartiene lo sguardo? Se la domanda è lecita, la risposta tuttavia presuppone lo sganciamento da ogni tipo di percorso visivo tradizionale. Ciò che vediamo è il frutto sì di una scelta, dove collocare la mdp. Ma è anche vero che la ripresa della misteriosa telecamera corrisponde sempre ad un'urgenza psicologica: bloccare la vita di fronte ad una evidenza, uno stato che non si può sopprimere nè ingannare. Siamo chiaramente nel territorio del rimosso.

A questo proposito vorrei riprendere un discorso sul tema dell'orrore che è pertinente non solo a questo film, ma a tutta la filmografia di Haneke, vale a dire il rapporto con immagini estreme, con ciò che non può essere o non dovrebbe esser visto o ricordato. Allo choc visivo che ha tante dimensioni possibili, perchè in ogni individuo tale limite (del visibile) si articola ed è elaborato in maniere del tutto differenti. E l'esperienza individuale crea fantasmi che diventano visibili, sintomi che indirizzano ad un vissuto particolare, specifico, che è anche storia di un popolo, storia di razzismo, emarginazioni ecc. E la (ri)costruzione di eventi lontani, traumatici, può avvenire attraverso l'elaborazione del fantasma, che diventa oggetto concreto, proprio come la videocassetta ed il disegno che sembrano materializzarsi dal nulla allo stesso modo di un incubo, dal risveglio da un sogno perturbato, laddove è difficile separare realtà da dimensione onirica.
Niente da Nascondere, e il titolo italiano in questo caso è più adeguato, riguarda esattamente l'oggetto che è presente nel tessuto emotivo del protagonista George/Auteil e si presentifica in modi straordinari che si possono considerare improbabili, ma da una analisi del tutto superficiale degli elementi in gioco.

Ma cos'è veramente l'orrore, il sentimento protagonista di tutta la filmografia di Haneke? Secondo James Alexander in "L'affetto dell'orrore" (in "Orrore Pathos e trauma", Bollati Boringhieri), "l'orrore è un'affetto strettamente collegato all'angoscia. è una modulazione particolare dell'angoscia. è un affetto distinto: non è un'entità affettiva sinonimo di terrore, paura, spavento, timore, ecc., anche se condivide alcuni tratti qualitativi di ciascuno di questi stati affettivi. (É) L'affetto dell'orrore viene suscitato da qualcosa di pericolosamente minaccioso per la persona, ma che pare anche essere intriso delle qualità solenni, misteriose e spettrali che pertengono alla sfera di ciò che è strano, perturbante, inspiegabile, avvolto nel mistero".
In questa accezione devono esser considerati i fenomeni visivi dentro il film. Dei fenomeni appunto, o meglio dei sintomi, che qualificano, identificano una situazione psicanalitica ben definita. Siamo di fronte a un film di fantasmi. Li vediamo chiaramente, ne siamo inquietati, però continuiamo a non volerli riconoscere. Ma non ne possiamo fare a meno. Fanno parte di noi, sono una parte importante dell'essere umano, una parte molto potente e insopprimibile, che ha il potere di emergere con segni tutt'altro che enigmatici. Per esempio il disegno allude chiaramente all'episodio dell'infanzia. Tutto procede verso quella direzione. Una sola immagine, una sola spiegazione. C'è ancora qualcuno tra gli spettatori che fa finta di non aver capito il film?

© 2005 reVision, Andrea Caramanna