![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
N (Io e Napoleone)1h 50'
Regia: Paolo Virzì 1814. Martino Papucci (Elio Germano), maestro e scrittore libertario, vive a Portoferraio con la sorella Diamantina (Sabrina Impacciatore)
e il fratello Ferrante (Valerio Mastrandrea). L'esilio di Napoleone proprio nell’Isola d’Elba, di cui gli viene riconosciuta la sovranità, mentre suscita nel popolo servili
entusiasmi, anima, nel petto dell’intellettuale invasato dall’esaltazione giovanile, astratti furori omicidi, offrendogli, nel contempo, l’inattesa occasione del confronto
diretto col Tiranno. Scelto dallo stesso Imperatore, Martino, infatti, letterato locale nutritosi delle pagine patriottiche di Ugo Foscolo, diventa lo scrivano del Corso,
con l'intento segreto di assassinarlo per vendicare il tradimento degli ideali rivoluzionari francesi. Armato di pistola, Martino più di una volta ha l’occasione di consumare
la sua sanguinosa ribellione al simbolo del Male, ma fallirà sempre, inconsciamente vinto dal fascino che il tiranno caduto sa alimentare con innata maestria, imbrigliato
nella tela delle confidenze di un Napoleone dal volto umano, capace di confessare i suoi tormenti per l’acidità gastrica e le crisi di identità. Lo scontro tra il colosso e
il ragazzo è generazionale, filosofico e politico: tanto Martino è cialtrone e vivace, così il Napoleone di Daniel Auteuil è annoiato, stanco e sopra le righe. Fanfarone e incapace
di portare a compimento il regicidio, il giovane neogiacobino avrà un rigurgito antinapoleonico proprio quando l’imperatore esule, fuggendo dall'Elba, in qualche modo consuma
un nuovo tradimento. Solo allora ricomincerà la caccia alla balena bianca che lo condurrà a un tragicomico traguardo: lo sbarco, secondo la didascalia finale della pellicola,
a Sant'Elena il 6 maggio 1821, il giorno successivo alla morte del Bonaparte.
Tratto dal libro di Ernesto Ferrero (Einaudi), premio Strega 2000, sul quale hanno lavorato liberamente il regista Paolo Virzì, il suo abituale coautore Francesco Bruni e Furio Scarpelli che firma soggetto e sceneggiatura col figlio Giacomo, N (Io e Napoleone) è una commedia in costumi e belletti ottocenteschi che, però, si incentra su un tema moderno come il fascino persuasivo del tiranno. Ma non tutto funziona nel film del regista livornese che, tra un inizio e una fine godibili, perde qualche punto nel corso della narrazione, soprattutto quando "la vena ispiratrice toscana" messa sul piatto punta troppo su effetti comici studiati ad arte, che mal si integrano con la sostanza del racconto. Misurandosi per la prima volta con il film in costume, Virzì sembra non volersi allontanare dal territorio conosciuto e, alla sua settima pellicola, ambienta tutta la vicenda a
pochi chilometri da casa sua, orchestrando il materiale umano a disposizione nel sontuoso allestimento della propria personale interpretazione della storia, rivisitata in chiave
di commedia all'italiana, attualizzata e condita con qualche battuta di forzato e irriverente richiamo politico (dal "miracolo elbano" al "Maestà mi consenta").
Paradossalmente le parti più riuscite del film hanno poco a che vedere con la cronaca dell’esilio dell’uomo che fu tra i più grandi e devono molto all’arguta descrizione dei vizi
e delle debolezze di certi potentati di provincia o alla valorizzazione dei caratteristi di contorno, a partire da Massimo Ceccherini, finalmente libero dalla trappola del Vernacoliere
nei panni di un locandiere innamorato, a Sabrina Impacciatore, perfetta come vispa zitella acida capace di tener testa al suo schivo corteggiatore.Virzì è, come sempre, abilissimo nel dirigere i suoi attori e nel far emergere quella vena di autoironia che permette anche di perdonare la troppa avvenenza della Bellucci, se la diva finalmente non rinnega il suo natio accento umbro e fa il verso alla sua imitazione radiofonica. Ma la metafora messa in scena, dell’attrazione-repulsione verso il potere, attraverso la figura del condottiero al tramonto ancora in grado di manipolare le masse, vorrebbe satireggiare il giacobino che, mentre si infervora con Foscolo, cede poi nel momento cruciale ma, tra lo sberleffo alla livornese e la riverenza al cinema dei Taviani (per esplicita ammissione dello stesso regista), la commedia finisce col perdersi sovente nel macchiettismo. Il film, prodotto da Cattleya e distribuito da Medusa, è ambizioso ma pecca di frammentarietà e non convince per la disomogeneità dei toni della narrazione e il poco cuore, pur giovando di una confezione di lusso curata da professionisti del calibro del fotografo Alessandro Pesci, lo scenografo Francesco Frigeri e il costumista Maurizio Millenotti. © 2006 reVision, Elisa Schianchi |
|