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Mystic River2h 17'
Regia: Clint Eastwood Gli esterni aerei di Boston, a volo d'uccello oltre il Mystic River, e poi giù a capofitto nel cuore nero dell'animo umano, cuore di
Clint che non è mai stato così tenebroso, tormentato, angosciato. Noir arcaico, archetipico. Tragedia classica, senza fantasmi, bensì non-morti che vagano nella notte,
i "vampires" di John Carpenter che s'intravedono, bagliori di un attimo, sullo schermo del televisore. Sono i tre protagonisti Jimmy Markum (Sean Penn), Dave Boyle (Tim
Robbins) e Sean Devine (Kevin Bacon) cresciuti insieme in un quartiere operaio di Boston. Tre vite interrotte, nell'infanzia violata, trauma incancellabile che rimane
come una cicatrice nel cemento/carne della città matrigna, tre nomi indelebilmente incisi nel marciapiede, "Jimmy, Sean, Da..." il terzo nome, l'incompleto, a segnare lo
strazio che non si può ignorare dimenticare cancellare. Peccato originale di un'America ancora una volta mondo tutt'altro che perfetto. Venticinque anni dopo quell'orrore
che ha cambiato per sempre i loro destini, i tre si ritrovano uniti da un altro terribile evento, l'omicidio della figlia di Jimmy. Il caso è assegnato a Sean, che nel
frattempo è diventato poliziotto, che deve riuscire ad arrivare prima di Jimmy divorato dall'ansia di scovare l'assassino.
Il film ha la falsa andatura del "police procedural" ma l'indagine è traccia secondaria, inefficace, sebbene devastante negli sviluppi, di quello che è soprattutto una tragedia della quotidianità. Stregato dal romanzo di Dennis Lehane, Clint Eastwood - quasi un nome collettivo a racchiudere un manipolo di straordinari professionisti - affida la sceneggiatura al giovane ma collaudato Brian Helgeland (Debito di Sangue con Clint e premio Oscar per L.A. Confidential), che ricambia la fiducia con uno script scavato nella roccia. La fedeltà al libro inizia con la fedeltà ai luoghi narrati. Lo spazio è quello reale di Boston, con le sue strade, i suoi parchi, il suo fiume, i negozi e le case, e magari anche la luce, livida come ci possiamo immaginare livida la luce di Boston. Tutto con un occhio documentaristico sulla città, e sugli interni, perfettamente ricostruiti in studio dallo scenografo Henry Bumstead (Oscar per Il Buio Oltre La Siepe e La Stangata e nomination per Gli Spietati), o in quei momenti, come la sfilata del 4 luglio, dove le immagini eccedono la narrazione, grazie al direttore della fotografia Tom Stern (la sesta volta con Eastwood). La materia è bruta, ruvida, recalcitrante, da impastare a mani nude, con la forza del dolore, della disperazione esistenziale. E Eastwood da sempre non fa che rimboccarsi
le maniche, e caricarsi sulle spalle pesi sovrumani, il fardello della propria esistenza, il rimosso di un'intera nazione. Cinema d'azione. Cinema come azione. Ma azione
trattata in modo da risultare difficoltosa, faticosa - più un lavoro fisico. Cinema al lavoro. Le immagini vibrano sotto il peso della colpa, del passato mai rimosso, mai
dimenticato. Passato cinematografico, Ford e Hawks. Soprattutto il secondo il cui cinema si affidava alla concezione che bisogna fare bene il proprio lavoro senza porsi
domande sulle motivazioni profonde. I personaggi di Eastwood sono i pistoleri di Hawks, hanno ideali di giustizia, sono fedeli fino in fondo alle proprie scelte. Quello
che viene meno rispetto a Hawks è una concezione americana e virile dell'esistenza, ovvero c'è ancora ma come fantasma, come condanna. Eastwood dirige con una implacabilità sofferta, che fa male, che ha il respiro della classicità fatta di campi e controcampi inesorabili, primi piani che attraverso i volti affondano nell'animo dei protagonisti, e montaggio alternato, asfissiante, che incrocia i destini dei personaggi facendo del decoupage un elemento fatidico, grazie anche al montaggio incisivo di Joel Cox che da anni collabora con Eastwood (Oscar per Gli Spietati). La macchina da presa sempre minacciosamente bassa, un metro e mezzo al suolo, per poi impennarsi lungo scale sempre troppo ripide, o immergersi in luoghi di orrore e dolore, la fossa del ritrovamento, lo scantinato-prigione. Nessun virtuosismo registico, nessuna mania di autorialità senza un'idea di cinema, filmando tanto per filmare. Eastwood sbalordisce senza bisogno di strabiliare ad ogni costo. Il suo cinema è solido radicale estremo catartico risolutivo nel bene e nel male. © 2003 reVision, Maurizio Giometti |
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