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Mysterious Skin

1h 39'

Regia: Gregg Araki



Mysterious Skin non è solo un film sulla pedofilia, ma anche sulla crudeltà infantile in questo caso indotta dalla violenza dei grandi, sullo spiazzamento adolescenziale pervaso dalle pulsioni sessuali, sulla trasgressione post-adolescenziale legata a filo diretto con il bisogno di libertà e brama di autonomia, sullo sviluppo di forme di autoprotezione nella fase di definizione della personalità che possono diventare ostentazione di sicurezza così come al contrario caduta in una forma d'insicurezza.
La vicenda prende vita negli anni Ottanta - apoteosi non semplicemente della società del consumo ma anche dell'apparenza - e poi sfocia e termina al principio degli anni Novanta, per certi versi un decennio di ripresa. I giovani protagonisti però sono proprio figli del fallimento del modello familiare canonico e di conseguenza, in scala maggiore, figli del fallimento di un modello sociale che negli anni Ottanta ha cominciato a scricchiolare vertiginosamente proprio mentre i più ci sguazzavano.
A voler definire nei minimi termini l'ottavo lungometraggio di Gregg Araki, si può parlare di un ritratto giovanile filmato con un'ossessione per il primo piano; ed è proprio questa ossessione a creare una scissione tra quello che si vede, soprattutto facce appunto, e quello che succede, ossia, pedofilia o non pedofilia, qualcosa in cui tutto il resto del corpo è al centro. Visto il destino del protagonista Neil - per come messo in scena solo in parte condizionato dal trauma sessuale infantile - viene anche da pensare che Mysterious Skin sia l'anello di congiunzione tra Happiness (1998) di Todd Solondz e Belli e Dannati (1991) di Gus Van Sant: da una pedofilia possibile grazie a disattenzioni che sanno di un egoismo fin troppo normale, a una prostituzione omosessuale attuata con l'ingenuità dell'età (in questo caso diciotto anni) ma capace di infondere sicurezze.

Proprio il protagonista del film di Araki viene mostrato subito in primissimo piano sorridente immerso in una luce bianca ma nel finale abbandonato dalla m.d.p. sempre più avvolto nell'oscurità; è la forza del passato (altro elemento fondamentale del film) da cui è difficile distaccarsi, specie prima del raggiungimento della cosiddetta maturità: ma il dubbio su quali elementi del passato lo abbiano più segnato in concreto resta, e in questo sta la forza, l'originalità e quindi l'interesse di una vicenda narrata composta, che non si limita certo a esplicitare. Mysterious Skin inoltre sa essere anche estetico; tutto scorre con stile: dalle già citate sequenze iniziali e finali, passando per quella nel drive-in deserto, senza tralasciare il commento musicale (dell'ambient ma anche dell'indie rock soprattutto etereo e quindi prossimo all'ambient).
Per la prima volta Gregg Araki, a tutti gli effetti un autore cinematografico e non un semplice regista, ha tratto la storia per un suo film da un romanzo, ossia quello omonimo di Scott Heim; a differenza di troppe operazioni simili quella di Araki risulta riuscita perché il suo è cinema a tutto tondo e non mera messa in scena di uno scritto narrativo. Se già in precedenza aveva dimostrato di saper ben entrare nel mondo dei teen-ager - vedi anche il suo film più noto, Doom Generation (1995) - Mysterious Skin, seppure non nato direttamente e completamente dalla sua mente, non poteva che diventare anche qualcosa di profondamente suo.

© 2005 reVision, Luca Gricinella