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Non Ti Muovere

2h 05'

Regia: Sergio Castellitto



I film della Cattleya hanno il pregio della riconoscibilità: regia affidata ad attori, derivazione letteraria, storie di sentimenti forti e traumi passionali, esplicito registro lacrimoso. E soprattutto una discreta abilità di marketing nel caratterizzare i propri prodotti, nel saper evidenziare quei connotati particolari nei quali tanto pubblico colto o presunto tale individua il cinema "di qualità". Il risultato, come il precedente Un Viaggio Chiamato Amore, è un prodotto televisivo di alto livello, a metà tra il melodramma di ieri e lo sceneggiato di oggi.
Castellitto: grande attore e non-regista. Tutto il film è la cronaca del suo tentativo (sincero, ma sbilanciato) di "fare" l'autore senza esserlo, di marcare di stile e stilemi ogni sequenza. E nel cinema italiano di qualità, fare l'autore vuol dire anzitutto abuso di ralenti, il più possibile intenso e sofferto, come nella scena in cui Italia (Penèlope Cruz) inciampa e cade davanti all'ospedale dove dovrebbe abortire, mentre il suo uomo, malato di rimorsi, corre affranto a recuperarla. Fare l'autore vuol dire tentare curiosi montaggi alla Pudovkin: è la sequenza dell'operazione all'utero, dove i dettagli del corpo moribondo di Italia si alternano (in una similitudine elegantemente letteraria tra carne femminile e terra procreatrice) a panorami lussureggianti del bel paese. E fare l'autore vuol dire non dimenticare i veri autori con cui si è cresciuti: c'è molto Virzì nei battibecchi casalinghi con moglie e figlia; e soprattutto c'è Bellocchio dietro il consumarsi, splendidamente privo di motivazioni e improvviso, dello stupro.

Non Ti Muovere è peraltro un film che si lascia guardare, con una curva drammatica impeccabile e i suoi bravi picchi di commozione, tanto prevedibili (l'insperata guarigione della figlia dopo l'incidente, la scarpina rossa di Cenerentola che chiude la storia) quanto maledettamente efficaci. Un melodramma basato su un duplice, nettissimo contrasto: la splendida villa sul mare dell'affermato chirurgo, e la catapecchia post-pasoliniana circondata da scheletri di palazzoni; la bellezza algida di una moglie (Claudia Gerini) che ad ogni dolorosa spiegazione preferisce un educato e quasi omertoso silenzio, e la (finta) bruttezza di un'amante rassegnata al ruolo di pedina subalterna e sacrificabile. E proprio su questa situazione di verità rifiutata, di confessione indiretta, si fondano le due invenzioni più acute del film: l'enorme scritta "Ho violentato una donna" che l'uomo verga sulla spiaggia (per ironia, luogo deputato delle frasi d'amore), sotto gli occhi di sua moglie che fa il bagno; e le rivelazioni esplicite che Castellitto strilla al balcone verso un'allibita signora del palazzo di fronte, mentre la Gerini è al telefono (intelligente richiamo al De Filippo di Questi Fantasmi). La moglie non legge la scritta, né recepisce l'autoaccusa del consorte: "non si muove" e non vorrà mai smuoversi dalla propria posizione di donna soddisfatta e realizzata.
Al di là dei suoi temi "facili" e di larga presa, alla base del successo popolare di questo film sta certo un sottile e calcolatissimo gioco di realtà/finzione: un attore-regista che interpreta un romanzo scritto della propria moglie che narra di un marito traditore (quanti casi analoghi nella storia del cinema?). A ciò è da aggiungere la stupenda prova di Castellitto, l'attore italiano più importante della sua generazione, affascinante e sornione come Mastroianni, odioso e inquieto come Tognazzi, meschino e sfuggente come Sordi. Speriamo che il cinema continui a tenerlo con sé e non lo costringa a ripiegare ancora nei panni dell'ennesimo santone televisivo.

© 2004 reVision, Dante Albanesi