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L'Amore Che Non MuoreLa Veuve De Saint-Pierre - 1h 50'
Regia: Patrice Leconte Rigenerato dall'incontro con la ragazza sul ponte, il buon Patrice Leconte, gran promessa dei primi '90, era stato avvistato sulla
via del ritorno dalle sabbie mobili nelle quali si era impantanata la sua creatività. L'Amore Che Non Muore, se non un passo indietro, segna comunque un
bel punto interrogativo sul certificato di sana e robusta costituzione di Leconte. Che cede al peggiore, e al migliore, dei suoi istinti. Quello di calcare la mano,
alzando i toni e gli obiettivi a dismisura. Premendo forte sull'acceleratore melodrammatico. Condotta di gara che richiede piloti dalla mano salda, in grado di far
transitare il bolide lanciato a gran velocità negli stretti spazi di un circuito difficile e tortuoso. Il miracolo è riuscito a Leconte una sola volta, con Il
Marito Della Parrucchiera (film del cui mistero non si riesce ad arrivare a capo, nonostante dieci anni di visioni): il resto, con poche eccezioni, sono state
sbandate e paurose derapate, quando non testacoda e incidenti.
Siamo in una remota isola al largo del Canada francofono (questa insularità fa pensare ad Adele H. di Truffaut, ma siamo da tutt'altra parte). C'è un condannato in attesa di esecuzione. Attende, perché manca lo strumento del supplizio, la famigerata ghigliottina, in arrivo dalla Francia. In questo lasso temporale che si chiude come una tenaglia l'uomo mostra le sue virtù, le sue capacità di avvicinare il prossimo, di amare turbinosamente persino. Leconte si getta a perdifiato in
una strettoia, tenendo a destra la riflessione su colpa e punizione e a mancina gli sviluppi sentimentali. L'insularità del plot aumenta il senso di soffocamento,
l'ansia generata dalla vicenda. Si attende, si attende sempre nell'Amore Che Non Muore. Attesa alleviata da una fantasmagoria di colori, alterazioni, paesaggi
amplissimi. Finché si giunge al punto in cui una sola macchina può passare. Al punto in cui il film, sempre teso verso l'esplosione, finisce invece per implodere e
ripiegarsi su se stesso, senza saper scegliere tra la destra e la sinistra. Pure, Leconte lascia intravedere il suo talento visivo, straordinario. Ma si fa prendere
la mano dall'ambizione, dalla volontà di disegnare circonferenze dal raggio ampio che penalizzano estri ed invenzioni. Curiosa, ma pienamente nello spirito gigionesco
del personaggio, l'interpretazione di Emir Kusturica, che non riesce a celare l'essenza slava del suo profilo. Auteuil e Binoche nella norma ormai codificata delle
loro prestazioni.
© 2000 reVision, Riccardo Ventrella |
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