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Moulin Rouge

2h 06'

Regia: Baz Luhrmann



Moulin Rouge di Baz Luhrmann è ciò che più si avvicina, paradossalmente, ad una esperienza del genere musical legata al suo glorioso passato. Non è quindi corretto parlare di rivisitazione (post)moderna del musical classico, quanto del tentativo di restituire ad un genere classico hollywoodiano nuova linfa e nuova visibilità partendo proprio dalle sue caratteristiche peculiari.
La storia raccontata in Moulin Rouge si rifà direttamente alla tradizione del melodramma. Un amore contrastato tra un uomo ed una donna finisce miseramente in tragedia. A questo canovaccio ormai consolidato si sovrappone l'idea del mito di Orfeo, sceso negli inferi per salvare la sua bella amata dalla morte e rimasto ingannato e tradito dal suo stesso amore. Infine la vicenda amorosa del giovane e squattrinato scrittore Christian (Ewan McGregor) e della splendente Satine (Nicol Kidman) stella del Moulin Rouge, è in qualche modo debitrice nei confronti della tradizione del romanzo tragico novecentesco di origine francese che vanta tra i suoi esponenti scrittori come Zolà e Dumas.

A livello di diegesi il film non propone alcuna novità se non il tentativo, peraltro riuscito, di amalgamare tra loro diversi generi, diverse origini, diversi livelli culturali. Una tecnica certamente non nuova per ciò che riguarda la tradizione del musical. Fin dall'inizo il musical si è infatti imposto, grazie ad una decisa contaminazione tra diversi generi come componenti primari del suo impianto narrativo. L'essenza stessa del musical, data la sua attenzione rivolta quasi esclusivamente allo stile piuttosto che al contenuto, è costituita dalla linfa narrativa che succhia dai generi considerati classici. In un perfetto equilibrio tra dare ed avere il musical contamina e viene continuamente contaminato dall'enorme numero di generi cinematografici che di volta in volta vengono a contatto con esso.

Moulin Rouge è un perfetto esempio di questo meccanismo, di questa duplice valenza del musical. Difficile trovare all'interno della struttura narrativa del film un qualsivoglia segno di originalità. Tutto in Moulin Rouge è già stato detto, è già stato raccontato e visto. Come in un enorme collage musicale e visivo, il film trova il suo spazio di unicità nella stravagante disposizione dei frammenti narrativi e sonori, che rispondono più ad un principio legato all'estetica, allo stile, che non ad una vera e propria coerenza narrativa. In questo modo Moulin Rouge relega in secondo piano la vicenda da raccontare, divenendo luogo privilegiato per la sperimentazione dell'immagine tout court. Anche questa una delle caratteristiche principali del genere legato all'età d'oro del cinema di Hollywood.
Il film mette così in primo piano la sua natura fantastica, la sua valenza onirica, la volontà dichiarata di liberarsi di ogni costrittiva coordinata spazio temporale. I corpi sono in grado di volare, lanciati in aria in furiose sessioni di can can o svolazzanti sopra una nuvola mentre dichiarano il proprio amore alla bella di turno. Svincolati dalle leggi che regolano la gravità, i corpi dei protagonisti divengono pura fantasia, essenza assenza, fisicità mancata. All'interno di una cornice visiva ben definita sin dall'inizio, il sipario teatrale che sia apre davanti agli spettatori, la libertà visiva è completa.
L'impressionante saturazione visiva che scaturisce dalle scene del film, ricolme di ogni tipo di intelaiatura come specchi, finestre, superfici riflettenti, viene da questi oggetti, opportunamente disposti in scena, moltiplicata a dismisura, creando un profondo abisso visivo del quale è impossibile intravedere la fine. I movimenti improvvisi della macchina da presa, le folli accelerazioni e le brusche frenate, i primissimi piani e gli infiniti campi lunghi, volutamente slegati da ogni possibile riferimento all'interno della diegesi, contribuiscono a creare una sensazione di completo smarrimento visivo e sensoriale.

Perso, smarrito all'interno di un enorme caleidoscopio, allo spettatore resta un unico appiglio. Un'ancora di salvezza opportunamente offerta dal film. La citazione. Il costante riferirsi e ri riferirsi al cinema classico, alla musica pop rock contemporanea, seppur frammentata, spezzettata, all'interno dell'enorme contenitore filmico, permette allo spettatore di attivare il ricorso alla memoria. Il riferimento ad un passato certo, sia esso cinematografico o musicale, rappresenta per lo spettatore l'unica possibilità di decodificare l'opera moderna, di entrare in un certo modo all'interno del processo creativo, di esserne lui stesso parte attiva. Ecco allora all'interno del Moulin Rouge spuntare la nuova opera d'arte "Spectacular spectacular". Spettacolo spettacolare, l'opera teatrale che renderà immortale Satine, che renderà celebre il suo autore Christian, ma che soprattutto rappresenta, sin dal suo nome, l'esatto duplicato di Moulin Rouge. Assistere alla creazione di "Spectacular spectacular", entrare all'interno dei suoi meccanismi creativi, scoprire che l'arte a volte imita la vita, che a volte è l'esatto opposto e che soprattutto all'opera d'arte è permesso raccontare l'indicibile, rappresentare attraverso le immagini e le canzoni ciò che non si può dire in realtà, vuol dire avvicinarsi di molto allo spirito del film. La naturale propensione metalinguistica del musical, "super genere" formato dagli altri generi, si manifesta nell'allestimento finale di "Spectacular spectacular", che vive della sua duplice natura di spettacolo all'interno di un altro spettacolo e di chiaro omaggio alla tradizione del cinema indiano di Bollywood. Come Moulin Rouge, rutilante rappresentazione all'interno della tradizione del musical classico e incessante omaggio all'arte cinematografica e alla musica, sia essa pop, rock o musica lirica.
Moulin Rouge è un film veramente Spectacular spectacular.

© 2001 reVision, Fabrizio Pirovano



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