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007 La Morte Può Attendere

Die Another Day - 2h 15'

Regia: Lee Tamahori



Può sembrare inutile recensire il nuovo film di 007 e forse effettivamente lo è, tanto è apparentemente chiusa la formula che da quarant’anni impedisce al personaggio di subire un’evoluzione che lo porti a crescere, a strutturarsi come un personaggio e non come un insieme di abitudini, di preferenze. Abitudini, preferenze che andrebbero però indagate un po’ meglio di quanto non è stato fatto finora.
Il rapporto di Bond con le donne, ad esempio, ha subito nel tempo un’evoluzione che in La Morte Può Attendere non potrebbe essere più evidente. Il personaggio di Jinx (Halle Berry) ci dice che ormai la Bond girl può competere su un piano quasi paritario con Bond, quasi strappandogli la scena (già si parla di una serie di film affidati al personaggio di Jinx) e in questo modo corrodendo quella fama di cinico playboy che gli era stata appiccicata addosso. Anche il rapporto con la tecnologia è cambiato, diventando meno passivo: la tecnologia ormai più che offrire armi sempre più sofisticate aiuta a caratterizzare meglio il personaggio che la utilizza, diventando quasi una sua estensione.
Quello che ovviamente non è cambiato né può cambiare è l’individualismo irriducibile che caratterizza il personaggio, che non ha bisogno di intuire le strategie geopolitiche di Sua Maestà Britannica per mettere ordine nei suoi piani. C’è sempre il megalomane di turno da combattere e possibilmente distruggere e la strategia è sempre quella di ricondurre il pericolo ad un uomo piuttosto che ad una filosofia o ad una ideologia. E’ il narcisismo di chi non ha coscienza dei limiti dettati all’uomo il vero nemico e il realismo di Bond è quello di chi ha preso coscienza che c’è un codice d’onore da rispettare e a quello si attiene, senza porsi troppi perché sulla supremazia della democrazia sulle altre forme di governo.
La parentesi cubana in La Morte Può Attendere ci dice, fra l’altro, proprio questo, ci dice che Bond non ha una filosofia politica da seguire, ma solo un codice da onorare inscritto nel suo DNA e questo sicuramente non contribuisce ad umanizzarlo, rendendolo simile ad una sorta di automa, di killer particolarmente sofisticato nelle maniere, ma sostanzialmente vuoto, incapace di interrogarsi sulle ragioni profonde del suo stesso agire e anche sui suoi veri mandanti, che è destinato a servire senza mai comprenderne veramente il disegno.

© 2003 reVision, Marco Marinelli



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