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Monsters & Co

Monsters, Inc. - 1h 32'

Regia: Peter Docter e David Silverman



Le possibilità offerte dalla tecnologia digitale sono infinite a livello di immaginazione. Potremmo realizzare creature e mondi d’ogni tipo, sbizzarrirci nelle fantasie più estreme che la nostra mente possa partorire. Astrattismo come deriva dall’impressione sensibile del mondo reale, che ci consenta di aprire le porte della conoscenza attraverso l’incontro con qualcosa di completamente alieno e diverso. I mostri disegnati dalla Disney e realizzati dalla Pixar sono diversi innanzitutto dall’uomo, ma somigliano ad animali: orsi, granchi, lucertole, scarafaggi, lumache, mentre alcuni non somigliano a nessun essere vivente sulla terra, come il monocolo Wazowski. Per addentrarsi bene nell’economia del pregiudizio occorre spesso svelare il meccanismo di identificazione delle creature animate e degli ambienti rappresentati. Il discorso apparentemente di apertura potrebbe in effetti esser viziato da molte contraddizioni che non piacerebbero ad una applicazione radicale della morale e quindi non antropomorfa. La prima contraddizione si rileva nel consueto meccanismo che fa valere le appartenenze a un universo morale solo dal punto di vista dell’uomo.

È noto il processo simbolico per cui un agnello rappresenta la vittima e il lupo il carnefice, e come conseguenza la divisione netta tra Bene e Male. Nella scala zoologica ogni animale sembra avere la sua collocazione simbolica. Nell’immaginario questi mostri sono spaventosi poiché rappresentano immediatamente nelle forme la loro estrema lontananza dalle sembianze umane. Un orso o un gorilla come King Kong per la loro vicinanza all’uomo nella scala zoologica sono più vicini all’espressione di sentimenti umani, al contrario di insetti e rettili meno adatti a catturare le simpatie dello spettatore. Eppure tutto si può fare variando per mezzo del disegno le caratteristiche somatiche e la definizione del carattere per entrare rapidamente in empatia con il pubblico. Lo dimostra in questo caso Wazowski che è solo un monocolo, in fondo ha pochissime doti espressive ma le sue dimensioni e la sua rotondità lo rendono più simpatico.

In questo gioco delle forme che è poi in sintesi l’arte del disegno tutto il resto sembra piuttosto banale. Mostrolandia è una copia del mondo umano, dove il ritmo di vita delle creature è lo stesso di quello umano diviso sostanzialmente tra lavoro e tempo libero, e questa rappresentazione ci conferma in fondo quanto sia ridotto lo sforzo immaginativo. Insomma è più facile giocare con le forme, anche se le creature sembrano quasi del tutto scopiazzate da quelle di Guerre Stellari, che con la narrazione e le caratteristiche di riferimento del racconto. In Mostrolandia rivediamo la struttura del nostro mondo: il lavoro e la fabbrica anzi la grande azienda, ed il controllo poliziesco, il fiero intervento che sa tanto di FBI, e nel lavoro la solita ossessione per la competizione ed i record. Battere l’avversario, essere campioni. Insomma lo statuto morale del racconto disneyano non supera questi pregiudizi appena ravvisati e il finale d’evoluzione dallo spavento alla risata è fin troppo appiccicato e soltanto per concretare un pieno happy end. Forse dovremmo insegnare ai nostri bambini che i mostri si combattono con la nostra risata, e non trasformandoli in pacifici e comici clown.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna