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Monsoon Wedding

1h 59'

Regia: Mira Nair



Stagione di monsoni, tempo di pioggie improvvise e di caldo soffocante. Le caotiche strade di New Delhi appaiono come immagini distanti, come la materializzazione di un incubo ricorrente che appartiene a qualcun altro. E la povertà? E l'India del nostro immaginario? Almeno i santoni, il bagno nel Gange? In Monsoon Wedding non ve nè traccia.

Interno borghese, dove tutti o quasi sono belli, buoni e allegri. Le vicende private della famiglia Verma nel pieno dei preparativi per il matrimonio dell'unica figlia. Il padre gioca a golf, la madre fuma in bagno, il figlio adolescente ama cucinare e ballare, la promessa sposa intrattiene una relazione con un uomo sposato e noto presentatore televisivo, infine la cugina che vive con loro da quando è morto il padre, fratello del capofamiglia. Arrivano in India per l'occasione - chi dall'Australia, la maggioranza dagli USA - fratelli e cugini, amici quasi parenti, un uomo cui la suddetta famiglia deve tutto - figlio di chi li ha aiutati quando il Pakistan si è diviso dall'India e colui che gli ha offerto successivamente l'opportunità di un'esistenza agiata.

La Nair ci racconta un'India sconosciuta, una realtà meno interessante da raccontare, troppo poco esotica (perchè mostrare spesso immagini di terribile quotidianità della maggioranza, rischia di divenire un'icona e niente più, un'altra fotografia da aggiungere all'album dei ricordi). Eppure ogni cosa in India è per questa minoranza per noi silenziosa, come i grandi manifesti dei film - li vediamo nelle sequenze dedicate alla città, l'India è il primo produttore di film al mondo - che narrano di amori impossibili, di vite romanzesche, insomma sono destinati a chi può permettersi di pagare un biglietto per entrare in una sala cinematografica, persone che non vogliono vedere la miseria nemmeno sullo schermo. Le ville di questa borghesia sono in quartieri residenziali dove la città, con tutte le sue terribili contraddizioni, è lontana. Ma Mira Nair ci dice anche che accanto ad una classe agiata esiste una sorta di piccola borghesia, rappresentata da Dubè l'organizzatore del matrimonio, il quale vive dignitosamente grazie alle ricchezze della prima, prigioniero di un personaggio teoricamente alla moda e con atteggiamenti ricercati, come ogni buon organizzatore d'eventi mondani, almeno filmico, deve essere. Figura divertente e dolente quella di Dubè, estraneo al mondo di chi gli commissiona il lavoro, tornato a casa trova una madre che gioca in borsa per essere finalmente certa che la povertà, terribile animale sempre in agguato, non li possa cogliere. Diversi dai poveri, diversi dai ricchi. Dubè è solo.

Monsoon Wedding gioca su due elementi: la tradizione e la corruzione del benessere materiale. La tradizione (gli sposi che non si conoscono, il tendone rosso anzichè bianco perchè sarà anche di moda ma in India è il colore del lutto, antichi canti matrimoniali) si confonde al consumismo, allo stile di vita occidentale, ossia statunitense. La musica, realizzata da Michael Danna, ne è il segno più evidente. Ritmi antichi si mescolano a quelli contemporanei ormai universali (la festa che precede il matrimonio appare un insieme talmente ibrido da divenire un vero e proprio dancefloor). Se la musica è il leitmotiv che esprime tale mescolanza, la corruzione prende le sembianze di un benefattore. La commedia cela il dramma che si profila sotto la terribile veste della pedofilia. Ne fu vittima da bambina la nipote di Verma, il quale, saputo dell'accaduto, si trova di fronte ad una scelta: rinunciare allo scontro e perpetuare per riconoscenza e convenienza l'ipocrisia o cacciare dalla famiglia l'uomo. Davanti alla foto del fratello, cui i Verma rendono omaggio prima della cerimonia, il capofamiglia, la cui decisione varrà come regola per tutti, sceglie di bandire l'ipocrisia e si lascia condurre dall'amore e dalla dignità.
Segreti, ancora segreti. La sposa confida al suo futuro marito, di cui si è nel frattempo innamorata, della sua relazione; Dubè decide di rivelare alla cameriera dei Verma di amarla. Cacciate le ombre, sviscerati i segreti, non rimane che l'epilogo felice, sostenuto dalla prevedibile pioggia catartica (certo è stagione di monsoni, ma è una scelta casuale?).

Alla fine della storia, dallo sviluppo già noto - i preparativi del matrimonio come occasione per far emergere il non detto di una famiglia apparentemente serena, vedi Un Matrimonio di Altman senza il sano cinismo di questi - , rimangono due ore di divertimento, sicuramente non banale, una bella colonna sonora (uscendo dalla sala canticchiavano tutti!), la scoperta che in India si fa altro oltre a morire di fame (giustamente la realtà non è prerogativa dei diseredati e questa è un'altra realtà) e una scena di conciliazione sociale decisamente semplicistica, forse frutto del vortice affratellante del finale: la cameriera, sino ad allora figura completamente fuori dal quotidiano contesto famigliare e ora consorte di Dubè, balla sorridente con il suo ricco datore di lavoro sotto il tendone allestito dal marito. Era proprio necessario?

© 2001 reVision, Emanuela Liverani





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