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In Questo Mondo Libero...

It's a Free World... - 1h 35'

Regia: Ken Loach



Ken Loach ci ha provato di nuovo. Ha provato a dirci, ancora una volta, qualcosa sul concetto di libertà, su quel concetto cioè al quale il grande Luis Buñuel volle accoppiare, nei lontani anni ’70 del secolo scorso, la parola fantasma. Il nuovo film arrabbiato del più politicamente scorretto dei registi europei, In Questo Mondo Libero..., visto al Festival di Venezia dove ha meritatamente conquistato l’Osella per la sceneggiatura scritta dal fedele Paul Laverty, fin dal titolo, che esibisce dei beffardi ed ironici puntini di sospensione, vuol dire che se ancora oggi la libertà è un fantasma (o un’utopia) è in verità la sua assenza ad essere drammaticamente concreta.
In un mondo come quello attuale, dove tutti crediamo di poter fare quello che ci piace, la libertà è ancora nel sentimento di ribellione che ci agita contro le convenzioni, i dogmi, i soprusi di un sistema politico che ha imparato a diventare quasi invisibile (come un fantasma, appunto) ma che condiziona sempre di più la nostra esistenza di animali sociali. Ken Loach si è fatto riconoscere come uno che non ama troppo le metafore: per lui "il" sistema è sempre "quel" sistema, "il" potere è sempre "quel" potere. Da poeta della quotidianità, animato da sincera foga di sociologo e dall’ideologia radical che molti suoi colleghi, quando ce l’hanno, sono abituati a stemperare, questo straordinario narratore contemporaneo ha individuato microcosmi cruciali e zone storiche allusive dove poter affondare il bisturi della propria intenzionalità critica. La libertà come diritto è il paradigma tematico su cui si fondano film come Bread and Roses, dove Loach indaga analiticamente sulla condizione degli immigrati messicani a Los Angeles. O come Un Bacio Appassionato, love story rivelatoria di una crisi d’integrazione tra cultura islamica e cattolica, mentre in Paul, Mick e gli Altri la quotidianità marginale di alcuni operai della ferrovia viene sconvolta dalle trame economiche di un processo di privatizzazione. La libertà individuale osteggiata ed umiliata dal gioco perverso di quel potere economico (che appartiene al nostro mondo occidentale) capace di macinare vite umane perseguendo le proprie ragioni, governate queste dalle implacabili leggi del profitto: così vengono logorati i protagonisti di Ladybird Ladybird, je accuse contro i soprusi dei servizi sociali inglesi intenzionati a sottrarre, uno alla volta, quattro figli di una donna considerata madre irresponsabile (a nostro parere, si tratta di uno dei film più emozionanti di Loach).

Ed è ancora una volta Londra (dopo un incipit ambientato in Polonia) lo scenario privilegiato di In Questo Mondo Libero... (che segue l’affresco storico premiato dalla Palma d’Oro a Cannes, Il Vento che Accarezza l’Erba). E’ l’eletta capitale dei losers, simbolo di questo nostro postcapitalismo ammalato, di cui è utile sondare i lati più nascosti. E’ la città di Angie, donna di trentatré anni disinibita ed ambiziosa, figlia di operai e rappresentante dell’attuale proletariato che non avrà mai la sua rivoluzione, la "classe" di lavoratori precari a cui sarà negata, nel prossimo futuro, persino la pensione. Interpretata con grinta speciale dalla quasi debuttante (e bravissima) Kierston Wareing, la bella Angie ha un figlio, Jamie (Joe Siffleet), nato da una relazione poi troncata, un ragazzo che sfoga la propria ansia di ribellione a scuola, arrivando a picchiare un coetaneo (e la macchina da presa sembra seguire la temperatura emotiva del personaggio, opponendo ai più drammatici momenti dinamici una immobilità quasi ieratica quando inquadra il paesaggio). Dunque, Angie condivide le difficoltà quotidiane con la coinquilina Rose (Juliet Ellis), anch’essa alla ricerca di una possibilità di affermazione (lavora in un call center e sogna di frequentare un istituto d’arte). Insieme, le due aprono una clandestina agenzia di lavoro, un ponte aperto per intervenire sulle ingiustizie salariali degli emarginati. Angie rivela una capacità manageriale notevole nel gestire le paghe dei suoi clienti e questa sua nuova condizione la trasforma in una piccola speculatrice che si arricchisce evadendo contributi e tasse. Si concede pure un flirt con Karol (Leslaw Zurek), immigrato polacco, anche se nella sua vita non sembra trovare spazio una possibile storia d’amore. La libertà è per lei la chance di farsi largo a qualunque costo nella giungla di un mercato dove a governare è la legge della speculazione selvaggia. Naturalmente, pagherà il prezzo della propria slealtà quando un gruppo di polacchi, ai quali ha sottratto il frutto del lavoro in una fabbrica, decide di vendicarsi arrivandola a picchiare per strada (una situazione che mette a repentaglio anche la vita del figlio).

Per Loach la parabola di ascesa e caduta di questo suo ambiguo personaggio è naturalmente un pretesto per posare lo sguardo sulla condizione disumana dei nuovi poveri, sul parallelo microcosmo disagiato degli immigrati. E’ una condizione sotterranea fatta di passaporti fasulli, cure mediche inesistenti, precarietà lacerante che costringe queste comunità periferiche a vivere in roulotte senza la minima assistenza sociale. Impressionante è la calata nel glaciale inferno della clandestinità vissuta da una famiglia iraniana, costretta a rifugiarsi in un fabbricato abbandonato, alla gogna per aver pubblicato in patria dei libri proibiti.
Loach vuole palesemente invitarci ad attivare il nostro giudizio per riempire lo spazio di quei puntini di sospensione nel suo titolo: nella presente società dissestata le ragioni della libertà individuale non coincidono con quelle di un’accettabile giustizia sociale. E questo film ci costringe a riflettere su un nodo che, se non verrà presto sciolto, contribuirà ad una degradazione definitiva, capace di ridurci tutti ad alienati testimoni di una più ampia catastrofe, quella che riguarderà l’essenza stessa del nostro dirci umani.

© 2007 reVision, Francesco Puma