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007: Il Mondo Non Basta

The World Is Not Enough - 2h 08'

Regia: Michael Apted



La diciannovesima volta di Bond è la fotografia di 110 milioni di dollari, intitolata Il Mondo Non Basta: è un motto coniato da Ian Fleming, e vuol dire almeno due cose. Primo: esiste un'industria del "cinema gigante", con risorse economiche illimitate. Secondo: il set cinematografico del film è il mondo, conosciuto e sconosciuto, un pianeta che la macchina da presa riprende e riproduce con la vena dei pionieri. Ecco, la sensazione inedita suggerita dall'ultimo Bond è quella delle vedute Lumiere: i cineoperatori ai quattro angoli della Terra, per mostrare allo spettatore le sue meraviglie. La finzione, la simulazione della geografia, spostano paradossalmente il film nella direzione realista: vediamo l'agente 007 sciare disinvoltamente sulle nevi immacolate del Kazakistan, eppure lo sappiamo a Chamonix. Il Museo Guggenheim di Frank Gehry a Bilbao; il Millennium Dome a Londra; Istanbul; Baku: le cosiddette "locations" sono scenari registrati per stupire (vedute, appunto). Il treno dei Lumiere si reincarna nelle nuove protesi tecnologiche dell'agente segreto, che sfondano lo schermo per lanciarsi sulle prime file.

Il meglio del film è nel prologo, che contiene fra l'altro una scena di agguato tutta giocata sul raccordo di sguardo e sulla presenza-assenza di un "terzo uomo"; poi ci sono i costosi numeri da circo, come l'ottimo inseguimento Brosnan-Cucinotta nelle acque del Tamigi (sequenza che funge da intreccio di predestinazione e che contiene la chiave della vicenda - ma solo per gli spettatori attenti): il resto è autocitazione, dalle ragazze di Bond al tema musicale di John Barry.

Il cast è assortito col criterio di un'orchestra che deve suonare spartiti arcinoti: bravo Brosnan, che il decano della critica americana Roger Ebert considera il miglior Bond dopo Connery; insolita Sophie Marceau; notevolissimo Robert Carlyle, antagonista di buona presenza, efficacemente connotato dal trucco. Resta la memoria di inquadrature dense, colme di acqua, di fuoco, di cielo: la cifra stilistica del film è questo "horror vacui", la paura del vuoto, l'ansia di riempire gli interstizi del campo di ripresa col prodigio digitale, con i corpi, con gli elementi. Tutto questo nell'ipotesi di uno spettacolo totale, ciò che il film ha desiderato (pensato?) di essere per tutto il Novecento, e non è mai stato. Un altro critico americano, Harvey Karten, da me interrogato sul futuro delle immagini in movimento, ha risposto che nel futuro il cinema continuerà a ridurre le distanze col mondo, ad avvicinare gli estremi, soprattutto a mostrare. Un monumento al Luogo, questo linguaggio (questo mezzo): non è troppo poco? Insomma, a guardare questo 007 il cinema "alla fine del cinema" pare una balena moribonda che mena gli ultimi colpi possenti, come nel romanzo di Melville: "con un'agilità improvvisa e stupefacente".

© 2000 reVision, Luca Bandirali





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