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Moloch

1h 42'

Regia: Aleksandr Sokurov



Un castello isolato nella nebbia. Una ragazza nuda percorre un lungo balcone. Corre, saltella, fa una giravolta. Sale sul parapetto, si ferma in piedi davanti allo strapiombo e tende le braccia in avanti, come se stesse per tuffarsi; poi inarca il busto in avanti ad arco e piega una gamba all’indietro, quasi imitando le pose plastiche rese celebri dai documentari di Leni Riefensthal.
Questa ragazza è Eva Braun, questo castello è il Berchtesgaden (Nido dell’aquila), rifugio prediletto di Hitler e dei suoi più intimi collaboratori: il piccolo Goebbels, ministro della propaganda con sua moglie Magda, e il paffuto Boorman, numero due del terzo Reich. Moloch segue, con i colori desaturati e smunti di un cinegiornale, ventiquattr’ore di questa inaccessibile compagnia, dei suoi dimessi servitori, dei soldati che sorvegliano al cannocchiale ogni loro gesto intimo o ridicolo. La guerra, il fronte orientale, la Storia... tutto appare remoto, soppresso da una foschia densa e insuperabile, un fumo che è insieme quello tenebroso di ogni fiaba (la fortezza del re malvagio) e quello ottenebrante dell’ideologia. Perfino "Auschwitz" resta solo una parola, un suono fra tanti, gettato sfrontatamente in scena da Eva e subito reso innocuo dal premuroso Boorman, che per tranquillizzare il suo Fürher si affretta a dire: "È un luogo che non esiste".

Ma chi è veramente Hitler? Colui che invita alla sua tavola anche le cameriere e colma di adulazioni i suoi adulatori? O colui che vaneggia sulla discendenza dei cecoslovacchi dai mongoli, sull’inferiorità delle donne, sui benefici della dieta vegetariana, sull’umidità dei boschi responsabile della scarsa vigoria di alcuni popoli? Se Hitler è il padrone di un mondo in sfacelo, Eva Braun è la padrona di un uomo indifeso, un vecchio in canottiera da prendere a calci quando esagera in un suo sproloquio. Ma allo stesso tempo Eva è attratta del suo "Adi", beffardo regalo che il destino ha saputo donarle: un dominatore da dominare.
Se l’uso dei tempi morti, la rarefazione dei dialoghi, i totali umidi e impietriti vengono tutti da Tarkovsky, Sokurov aggiunge di suo un sottofondo sarcastico, uno sguardo antropologico impietoso che paradossalmente sembrerebbero quasi di marca nazista. Sokurov, infatti, osserva Hitler con occhio hitleriano, ritorcendo la crudeltà della filosofia razzista proprio contro il principale apostolo di essa, dimostrando cioè la bassezza morale del nemico attraverso la decadenza del suo fisico. È Hitler il vero "uomo inferiore" da eliminare.

Nato a Irkutsk (Russia) nel 1951, a lungo censurato dal potere sovietico negli anni ’80, Sokurov è autore di una trentina di lavori, soprattutto corti e documentari, tra cui una Sonata Per Hitler del ’79. In Italia però conosciamo soltanto il sofferto Madre e Figlio (1997): una casa isolata in campagna e due soli personaggi, una donna che muore lentamente e un figlio testimone inerte del suo spegnimento, attese raggelate e stupendi paesaggi rielaborati pittoricamente. Come in Moloch, vecchiaia e giovinezza a confronto, prigioniere di un luogo dove solitudine e silenzio rendono lo scorrere del tempo un rumore doloroso.

© 2000 reVision, Dante Albanesi